Lo choc del mattone ha impaurito gli italiani

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lavoroDi Nicola Salvagnin
Potremmo disquisire per ore su Pil in crescita o in calo, su rapporto tra debito e deficit, su statistiche di ogni genere sull’occupazione o sulle esportazioni… Ma tutti i numeri del mondo faticherebbero a spiegare come mai l’Italia sia l’unico Paese dell’Europa occidentale che nell’ultimo decennio ha perso circa un decimo della sua ricchezza prodotta, senza dare alcun cenno di riscossa. Dal 2008 ad oggi, ci stiamo continuamente, seppur non drasticamente impoverendo. Abbiamo cambiato quattro governi, fatte una miriade di “manovre”, fatte (e soprattutto abbozzate) decine di riforme, ma il trend non cambia.
Forse non è (solo) una questione di riforme, ma soprattutto di psicologia collettiva: siamo impauriti. Una paura che ci attanaglia, che ci paralizza a livello collettivo. La paura di perdere il nostro benessere, di tornare a tempi più cupi, di non avere alcuna carta da giocare per migliorare la situazione. Si tenga conto che la crisi ha toccato i nostri redditi, le nostre entrate individuali. Ma, da popolo estremamente previdente, abbiamo alle spalle patrimoni assai consistenti – molto più dei tedeschi, per dire – frutto di decenni di risparmi e sacrifici. Una sicurezza, insomma.
Fino a ieri, oggi non più. È proprio questo paracadute tolto che ci sta innervosendo. Ma chi ce l’ha tolto? E come ha fatto?
Il nostro patrimonio si chiama soprattutto mattone: la casa. Il mattone non tradisce mai, si diceva. Un tetto sopra la testa è una garanzia; comunque si può vendere o affittare, mal che vada. Dal Dopoguerra in poi, questa dinamica economico-psicologica non è mai venuta meno, favorita dal fatto che l’Italia è un bel Paese e ha un patrimonio immobiliare di un certo pregio.
Due cose hanno minato le fondamenta di questo nostro baluardo difensivo: il crollo del mercato immobiliare – stiamo parlando di 20-30 punti percentuali in meno in pochi anni – con la conseguente difficoltà ad alienare, se non impossibilità laddove il mattone non sia di qualità o la località non attiri interesse. E già così, c’era da incupirsi.
Il colpo di grazia è stato un inasprimento della tassazione immobiliare confuso, pesante e a volte esagerato. Vicino alle logiche macroeconomiche, lontano da quelle della vita. Le seconde case, che spesso sono eredità del passato o beni di utilizzo familiare, sono state massacrate: poche settimane di utilizzo nel migliore dei casi, costi certi e sempre più gravosi. Avere o ereditare una catapecchia tra gli Appennini o nelle Basse padane è diventata una disgrazia: valore zero, tasse certe.
Affittare? Anche qui imposte, adempimenti e una legislazione che non tutela minimamente la proprietà hanno scoraggiato la locazione sia come forma di investimento, sia come extrema ratio per recuperare qualche entrata con la quale pagare le sicure uscite.
Aggiungiamoci che la crisi ha “liberato” decine di migliaia di appartamenti, ma soprattutto di negozi, uffici, capannoni senza che s’intravveda chi voglia iniziare un’attività o impegnarsi nel pagare un affitto; che i valori immobiliari sono appunto in caduta libera (quanti si ritrovano a pagare pesanti mutui per beni in costante deprezzamento!), ecco: il quadro è fatto.
Attenzione pertanto a toccare in modo indiscriminato e stupido le pensioni: sono anche l’ammortizzatore sociale di milioni di famiglie, la mini-garanzia di un’entrata certa in tempi di disoccupazione, di precarietà, di difficoltà. L’effetto psicologico negativo potrebbe essere ben superiore al danno effettivo di una “limatura”, e l’aver detto che ci si sta pensando, sta già scatenando un senso di tensione a prescindere dal fatto che poi quella limatura si farà o meno.
Capire la vita e i sentimenti della gente è importante, per chi poi dovrà prendere decisioni che tocchino appunto quelle vite.

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