La Chiesa in ginocchio Preghiera senza confini

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Appena prima di salire sul volo che lo avrebbe portato in Corea del Sud, Papa Francesco ha preso carta e penna e, “con il cuore pesante e pieno di angoscia”, ha scritto una lettera al segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon per sottoporgli “le lacrime, le sofferenze e le grida accorate di disperazione dei cristiani e altre minoranze religiose della cara terra d’Iraq”, dove una – come sempre – incomprensibile guerra sta mietendo migliaia di vittime, fomentando odio, moltiplicando dolori e distruzioni. “Gli attacchi violenti che stanno dilagando in tutto il nord dell’Iraq – afferma Bergoglio – non possono non risvegliare le coscienze di tutti gli uomini e le donne di buona volontà ad atti concreti di solidarietà, proteggendo le persone colpite o minacciate dalla violenza e assicurando l’assistenza necessaria e urgente per le tante persone sfollate, nonché il ritorno sicuro nelle loro città e case”.
Così, alla vigilia della giornata di preghiera indetta dalla Conferenza episcopale italiana nella solennità dell’Assunzione per i cristiani vittime di persecuzione, anche il Santo Padre, voce riconosciuta e ascoltata in ogni angolo del Pianeta, si rivolge alle Nazioni Unite, massimo organismo politico e diplomatico (purtroppo spesso inascoltato), per dire basta a ogni forma di violenza. Il Pontefice non entra nel merito delle diatribe che dividono profondamente il popolo dell’Iraq; non prende parte per alcuna fazione; al contempo sa che l’instabilità dell’intera regione mediorientale minaccia non solo quella terra e quelle genti, ma diviene fattore di tensione su scala globale. Papa Francesco richiama “le tragiche esperienze del Novecento” e osserva: la “comprensione di base della dignità umana costringe la comunità internazionale, in particolare attraverso le norme e i meccanismi del diritto internazionale, a fare tutto il possibile per fermare e prevenire ulteriori violenze sistematiche contro le minoranze etniche e religiose”.
Al testo proveniente dal Vaticano si affianca quello del Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa (Ccee), firmato in calce dai presidenti delle Conferenze episcopali di tutto il continente, e indirizzato al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite: “La situazione dei cristiani e delle altre minoranze religiose in Iraq è totalmente inaccettabile. L’urgenza di difendere e tutelare i diritti umani di questo popolo e la sopravvivenza delle sue comunità è evidente. La comunità internazionale è chiamata a porre fine a questa tragedia con tutti i mezzi legittimi possibili”. Così l’intera Chiesa cattolica europea si pone in ginocchio, in preghiera, come si farà in tutte le comunità cristiane d’Italia il 15 agosto, per invocare la pace, la sicurezza dei popoli, l’amicizia tra le nazioni e all’interno degli Stati. Prima vengono la dignità umana e il rispetto della vita – è il messaggio della Chiesa -, poi c’è tutto il resto.
“Con questo appello – scrivono i vescovi europei – ci uniamo al Santo Padre, Papa Francesco, che negli ultimi giorni ha incessantemente chiesto alla comunità internazionale di mobilitarsi per portare un aiuto concreto alle persone in pericolo e di fare tutto il possibile per fermare questo ciclo infernale di violenza”. La Chiesa cattolica in Europa s’impegna anche a compiere gesti di solidarietà concreta, proseguendo le numerose iniziative già in corso sul versante della solidarietà. Ma, specifica il Ccee, “in assenza di un impegno deciso da parte della comunità internazionale e delle autorità dell’Iraq questi sforzi non potranno risolvere il problema”.
Preghiera e gesti di carità, promozione dei diritti umani fondamentali, rispetto del diritto internazionale. È l’appello della Chiesa di Cristo che, con la sola “arma” dell’amore, implora pace, giustizia e concordia. Alle autorità competenti e alle parti in causa spetta l’altro compito, quello della paziente tessitura di una solida rete di pace. Vale per l’Iraq, per la Terra Santa, per la Nigeria, per l’Ucraina, per il Pakistan, per il Sudan… La pace non ha confini.

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