Il libero arbitrio del gelato al limon

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estate2Di Emanuela Vinai

Senza voler tornare al carretto di battistiana memoria, non è così lontano il tempo in cui i gusti del gelato erano quelli e non altri: crema, fiordilatte, stracciatella, cioccolato, fragola, pistacchio, limone. Punto. Quando proprio si voleva andare sull’esotico c’era il malaga. Nel 2014 tutto ciò è un pallido ricordo. Qualunque gelateria di zona, per tacer di quelle rinomate e molto fighette, ci squaderna una compilation di scelte davanti a cui anche i più preparati vanno in crisi e, alla fine, dopo quarti d’ora d’indecisione, puntano il dito a caso fingendo scelta consapevole, indifferente e financo un po’ snob. Perché non è solo che ci sono a disposizione centocinquanta sapori diversi, che già sarebbe una complicazione, no, la vera sfida è nella variabile insita su uno stesso gusto. Un esempio per tutti: il cioccolato.
Finiti i tempi in cui in vaschetta c’era roba marrone dal contenuto (presumibilmente) univoco, oggi in una gelateria media ci si districa tra innumerevoli risorse cioccolatose che promettono sensazioni goduriose atte a soddisfare palati sopraffini. Pur radunando per convenienza narrativa in un unico settore tutte le opzioni in tema di percentuali di presenza di cacao (70-75-80% e oltre, ad libitum), resta da documentare la straordinaria ricchezza di opportunità che deriva direttamente dalla provenienza della materia prima o dagli ingredienti a complemento. E allora via al cioccolato di Modica, a quello di Bahia, dell’Ecuador o di Alba (nel senso che è alla Nutella). Oppure quello al cioccolato bianco con pinoli alla potenza aromatica del Kentucky (fondente aromatizzato al tabacco), dall’eleganza del Lapsang Souchong (il tè nero cinese) alla profondità del fondente “puro” Madagascar o Venezuela. Oppure ancora col peperoncino, con lo zenzero, con la cannella, con l’arancia, col pepe rosa dell’Himalaya, col barolo chinato, con quellochevivieneinmenchetetantoc’è.
Come fa un cristiano a esercitare compiutamente il proprio libero arbitrio? Una scelta potenzialmente infinita invalida la scelta stessa e lascia nel perenne, insoddisfatto, dilemma: chissà com’era l’altro? Ma non basta una stagione intera a esaurire le alternative, perché ogni anno ce n’è una nuova e il valzer ricomincia da capo. Il tutto condito dall’insopportabile (e falsissimo) tentativo di spacciare sempre tutto come primissima scelta extra bio proveniente da zone certificate, protette, delimitate, riconosciute come centri d’eccellenza gastronomica e più che Doc. Anche qui aiuta un esempio: dovunque si vada, il pistacchio è tutto di Bronte. Territorio splendido alle falde dell’Etna, ma la cui ridotta estensione, che rende pregiato e inimitabile il frutto ivi natio, non può, materialmente, produrre quantità di pistacchi utili a rifornire i gelatai di tutta Italia.
Per non parlare dell’affettazione con cui, per venire incontro ai desideri del pubblico che vuole “l’artigianale”, ogni gelateria offre a garanzia di qualità il gelato “come quello della nonna”. Ora, non per essere pignoli sulle scelte di marketing, ma ricordo ancora la festa quando i miei genitori regalarono alla nonna la gelatiera. Un gesto apparentemente innocuo votato alla produzione familiare, e quindi genuina, della merenda per tutti che, in realtà, segnò l’inizio della fine. Guidati dall’entusiasmo dei pionieri e dalla sincera e acritica fame delle cavallette, non ci fu più alimento che potesse ritenersi indenne dalla sperimentazione gelatifera, con risultati, bisogna onestamente riconoscere, spesso imbarazzanti. L’esaltazione cessò soltanto con la prematura dipartita dell’attrezzo, verosimilmente stufo, per dignità professionale, di continuare a farsi complice di ulteriori siffatti esperimenti. E il gelato tornò appannaggio dei professionisti.
A distanza di tanti anni, oggi come allora nella calura del primo pomeriggio Paolo Conte continua roco a cantare di un gelato al limon. Sono io a non esser più tanto sicura che il gusto sia proprio uguale.

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