Gli striscioni di benvenuto “Welcome Pope Francis” Un clima diverso in Corea

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Di Daniele Rocchi

Le previsioni metereologiche a Seoul parlano dell’arrivo del tifone Halong che nei giorni scorsi ha già spaventato il Giappone. Ma per ora gli effetti sono benefici visto il calo delle temperature e dell’afa. Il clima ideale per accogliere Papa Francesco che stamattina atterra all’aeroporto della capitale coreana per il suo terzo viaggio internazionale, il primo nel Continente asiatico. Cinque giorni per una visita apostolica molto attesa da tutta la popolazione e non solo da quella della capitale.

Le reti televisive mandano continuamente immagini di Papa Francesco, i suoi gesti di vicinanza ai malati e ai poveri, e ripropongono il calendario della visita con la descrizione dei luoghi toccati dal Pontefice. Nella megalopoli coreana campeggiano striscioni di benvenuto “welcome Pope Francis” e sono state ordinate modifiche alla viabilità e ai trasporti pubblici, con conseguenti appelli agli automobilisti e ai pendolari, da parte della municipalità, ad avere pazienza se il traffico, già caotico, dovesse subire ulteriori rallentamenti. Annunciate le chiusure temporanee di alcune stazioni delle nove linee della metro, quelle in prossimità dei luoghi delle celebrazioni papali, come Gwanghwamun, la grande piazza dove il Papa, il 15 agosto, beatificherà 124 martiri coreani. Duecentomila i fedeli attesi per l’evento ma c’è chi giura che potrebbero diventare circa un milione. Per questo motivo nelle zone adiacenti alla piazza sono stati montati dei megaschermi.

In mezzo ai fedeli anche i familiari e gli amici delle circa 300 vittime, in gran parte giovani, della tragedia del naufragio del traghetto Sewol, che da molte settimane stazionano nella piazza per chiedere spiegazioni, direttamente alla presidente sudcoreana Park Geun-hye, sui soccorsi troppo lenti. Non si sa ancora se rimuoveranno il sit-in per la Messa ma è certo che Papa Francesco incontrerà personalmente una loro delegazione. Segnali forti dell’attenzione che il Pontefice argentino ha verso i più poveri e deboli e della conoscenza dei problemi che attanagliano la società sud coreana. Che sono anche quelli delle cosiddette “donne di conforto” della Corea, obbligate a prostituirsi alle truppe giapponesi in bordelli militari durante la seconda guerra mondiale, degli operai della Ssangyong Motor, in lotta per mantenere il posto di lavoro, degli abitanti di Gangjeong che da più di 20 anni chiedono al governo di non costruire nel loro villaggio una base navale militare e di quelli di Miryang che protestano contro una centrale elettrica che mette a repentaglio la salute pubblica.

Alla Messa per la pace e riconciliazione del 18 agosto, sempre a Seoul, ci saranno anche loro. A vigilare migliaia di poliziotti che già dai giorni scorsi stazionano nelle principali arterie cittadine. A fianco a loro diversi senza tetto continuano a dormire avvolti nei cartoni, illuminati dai neon lampeggianti delle grandi aziende tecnologiche e automobilistiche che raccontano la grandezza coreana al mondo. È questo forse lo spaccato più vero della società coreana, che lascia indietro chi non sa stare al passo della sua economia, e che fa fatica a richiudere una ferita lasciata aperta dalla guerra con la Corea del Nord (1950-1953). È dell’11 agosto la notizia che Seoul avrebbe offerto a Pyongyang, capitale del Nord, di riprendere il dialogo, “ad alto livello”, senza “limiti di agenda”. E chissà se non sia già questo fatto un’avvisaglia di un clima diverso per la Corea. Certamente non da addebitarsi al tifone Halong.

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