Coltivazione cannabis: Sì, no e ma… dai cattolici pugliesi

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Di Andrea Damacco
L’uso della cannabis per scopi terapeutici divide l’opinione pubblica. La società, infatti, si divide espressamente tra coloro che la definiscono utile, necessaria e non distruttiva e coloro che, invece, credono sia una minaccia per la vita, uno strumento terapeutico facilmente rimpiazzabile e un rischio degenerativo per la società. Su quest’aspetto, la politica pugliese ha dato, nei giorni scorsi, un forte segnale interpretato come una “sfida al pregiudizio”. Il consiglio regionale pugliese, infatti, ha approvato, all’unanimità, una legge che dà il via al progetto sperimentale di coltivazione della canapa destinata alla produzione di farmaci. Firmata dal consigliere regionale del Pd Sergio Blasi, la nuova norma ha dato seguito alla proposta di legge, anch’essa approvata all’unanimità, presentata nel gennaio scorso dal gruppo regionale di Sel, riguardante proprio la liberalizzazione della coltivazione controllata della cannabis.
Un bene per i malati. Se il mondo politico pugliese è concorde nel giudicare positivamente il via libera alla produzione della pianta, l’universo delle associazioni cattoliche si schiera in maniera non uniforme, pur sostenendo tutti la bontà del principio e del fine farmacologico della pianta della marijuana. “È un’ottima decisione – afferma il direttore della comunità di recupero Lorusso della Caritas di Bari Filippo De Bellis – ma certamente sarà opportuno capire quali saranno i criteri di controllo della produzione. La cannabis può essere tranquillamente un sostituto delle terapie disintossicanti e per la terapia del dolore, ma è fondamentale che i canali di distribuzione siano controllati e che la gestione dei farmaci sia data in mano ad enti come i Sert. Non solo, è ovvio che producendo la canapa in loco i costi dei medicinali si abbatterebbero, tutto a giovamento dei pazienti”. Le motivazioni espresse dai membri del consiglio regionale mirano proprio ad una facilitazione economica dell’accesso a tali farmaci. Le piante cannabinoidi, che possono essere lavorate in Italia, provengono dall’estero. La produzione interna, allora, costerebbe venti volte meno dell’importazione, riflettendosi, di conseguenza, sul costo finale del prodotto medicinale. Inoltre la coltivazione delle piante e la loro lavorazione sarà sotto la stretta supervisione di aziende specializzate come lo stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze.
Principi giusti ma occhio agli usi. Ma c’è anche chi si pone giuste questioni e timori sul vulnus dell’esperimento: “Una legge come questa rischia fortemente di diventare pedagogica. – dice Rossella Cinquepalmi del Movimento per la Vita – C’è più che un timore che si vada oltre l’uso terapeutico. Il rischio è che la liberalizzazione della cannabis abbia la stessa sorte della legge sull’aborto che, nel tempo, ha assunto un uso distorto e libertino. Senza peraltro realizzare la prevenzione prevista per legge. Sia chiaro non siamo contrari all’uso farmacologico né al buon uso studiato dai ricercatori ma la questione è spinosa e se le linee guida istituzionali, applicate ai casi in questione, non saranno rigide e ben definite, il rischio sarà di un uso sbagliato della canapa. La droga è droga e la vita ha una sua dignità”. Certo, la sperimentazione avrà dei limiti ben definiti e un percorso, dall’agricoltore alla ditta farmaceutica. Strettamente controllato. Se ciò non dovesse accadere il progetto subirebbe un grosso fallimento con annesse critiche da tutti i fronti. Perciò la questione non si limita all’aspetto medico e terapeutico ma ha il sapore di una sfida politica che porta con sé carichi economici, occupazionali e ideologici di non poco peso.
Quali saranno i risultati? “La proposta è buona ma bisogna tenere uno sguardo attento sulla questione”. Così Michela Boezio portavoce dell’Azione Cattolica pugliese che si pone in posizione di attesa rispetto agli accadimenti. Un’attesa vigile però, che controlli peculiarmente i passi che si faranno d’ora in avanti: “Non si può certo generalizzare e mischiare gli usi terapeutico e personale ma non possiamo accettare con leggerezza la decisione e dobbiamo avere uno sguardo d’insieme sulla faccenda. Sarà necessario, quindi, analizzare le ricadute sulla società. Non è mio ruolo entrare nel merito delle questioni scientifiche, che andrebbero analizzate in altra sede, ma l’importante è che non si scindano le destinazioni d’uso. Se si pone l’attenzione, quindi, solo sulla destinazione terapeutica sarà facile, allora, che la marijuana entri in canali differenti, magari completamente legalizzati”.

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