Isaraele Hamas: Eccesso di pace, eccesso di guerra

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ulivopdi Cristiana Dobner
 
Una grande corrente percorre la storia e porta un nome terrificante: guerra.
Ci siamo abituati a pronunciarlo con disinvoltura nella misura in cui, di questi tempi, non impedisce di godersi la vacanza. Meritato tempo di relax per chi deve riprendere le forze per ritrovare un denso ritmo quotidiano, immeritato tempo per chi si copre gli occhi come i bambini molto piccoli ed è convinto di nascondersi.
Il nostro attuale gioco è pericoloso anche per noi stessi: la guerra infuria in Medio Oriente, miete vittime, innesta rancori: da noi però giunge solo su di uno schermo oppure sulle pagine di un giornale. Troppo poco per coinvolgerci fino in fondo. Troppo poco perché possa influire sulla mentalità ed esigere un balzo che muti i meccanismi.
Guerra è lacerazione: due lembi divisi, irrimediabilmente divisi, perché quand’anche si trattasse dell’opera successiva di un raffinato rammendo, rammendo rimarrebbe.
Ci sottoponiamo a una sorta di autocondanna, pari alle terrificanti caste indiane da cui mai si può uscire, che mai si possono cancellare dall’esistenza del mondo?
La lacerazione non tocca solo la Madre Terra con tutto l’inquinamento che comporta dell’aria, delle falde acquifere, dei raccolti distrutti, tocca la Madre Vita, indipendentemente dalla religione che si professa. Tocca le radici del respiro dell’umanità.
È il crimine più grave. Crimine non colpito da sanzioni di legge quando si riesca a proclamarsi vincitori.
Innocenti o aggrediti? Sangue è sangue. Vita è vita. È un finto (o virtuale che dir si voglia) dilemma?
Dinanzi ai nostri occhi pulsa ancora, con tutto il suo vigore, quell’ulivo piantato nel Giardino della Pace in Vaticano. Non è stata una mossa diplomatica e ancor meno un ingenuo appello, è stato un grido che deve lacerare diversamente. Esattamente la nostra coscienza. Non quella civica che demanda ai governanti e quindi si sente esente da risoluzioni, bensì quella quotidiana, comune, banale, feriale.
Solo qui, esattamente qui, si innesta e può fiorire la preghiera per la pace.
Il rischio è quello della scaramanzia nell’attesa di una risposta che si materializzi immediatamente (magari senza molto sforzo proprio).
La certezza invece si colloca nel dono ricevuto che esige una risposta piena: la nostra coscienza deve cambiare, deve convertirsi. Il terreno non è il fronte di guerra ma la relazione quotidiana che intessiamo con i nostri vicini. Se seminiamo pace, pace rimbalzerà non solo in tutto il mondo ma nell’intero universo.
La lacerazione può essere colmata solo aprendo le proprie braccia guardando a Colui che le ha aperte sulla croce. L’intercessione non può essere solo verbale o peggio parolaia, deve incarnarsi.
Quando saremo consapevoli del potere dei nostri pensieri e delle nostre azioni nel microcosmo del nostro vivere, allora saremo anche consapevoli del rimbalzo che potrà sanare e fermare ogni azione di guerra.
Troppi interessi dominano il nostro mondo. Basterebbe chiedere di pubblicare e diffondere i bilanci delle industrie belliche, i guadagni che nascono dalla morte altrui.
Le spese per le sofisticate armi di aggressione o di difesa potrebbero ben sconfiggere la fame che serpeggia anche nei nostri paesi per le difficoltà economiche in cui versiamo.
Il dolore dovrebbe segnarsi indelebilmente su quelle banconote e impedirne l’uso.
La coscienza di chi progetta armi, di chi ne finanzia la produzione, è mai stata attraversata da un dubbio, da un rimorso?
Come, in concreto, ognuno e ognuna di noi può vivere nella lacerazione?
Come può essere tessera viva in un mosaico che si sta autodistruggendo per far levitare i conti in banca?
Francesco lo ha proclamato insieme ai due leader: tutto è nelle mani dell’Altissimo ma tutto è consegnato nelle mani della persona.
Cambiamo il nostro quotidiano, rendiamolo Pace ed allora sconfiggeremo il mostro della guerra: l’odio.
Eccesso di Pace, Gerusalemme, eccesso di guerra, Gerusalemme, affermava Carlo Maria Martini.
Il nostro eccesso come si configura? Dove si gioca?

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