È già molto pesante nell’area di Gaza l’emergenza umanitaria

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Di Daniele Rocchi

Giunta al settimo giorno, l’operazione ““Protection Edge” (confine protettivo) lanciata da Israele contro i miliziani di Hamas a Gaza, fa segnare un nuovo tragico bilancio. Secondo Caritas Jerusalem, alle ore nove di oggi, 14 luglio, i morti sarebbero 171, 1.200 i feriti, 230 dei quali bambini e 270 donne. Le case distrutte o danneggiate dai bombardamenti sono 750, 4.500 gli sfollati e 400mila le persone prive di energia elettrica. A queste cifre devono aggiungersi circa 17mila gazawi residenti nella zona nord della Striscia che hanno abbandonato le loro abitazioni dopo essere stati avvisati da Israele di una possibile offensiva di terra e di prossimi bombardamenti. Tutti hanno trovato rifugio presso le sedi delle Nazioni Unite. Non accenna, quindi a diminuire, la pressione militare israeliana sulla Striscia, nonostante gli sforzi diplomatici e gli appelli per fermare il bagno di sangue. L’ultimo, ieri all’Angelus, diPapa Francesco che ha esortato “le parti interessate e tutti quanti hanno responsabilità politiche a livello locale e internazionale a non risparmiare alcuno sforzo per far cessare ogni ostilità”.

L’attività diplomatica ha fatto registrare, ieri a Vienna, a margine del vertice preliminare sul nucleare iraniano, un incontro tra i capi delle diplomazie francese e tedesca, Laurent Fabius e Frank-Walter Steinmeier, insieme al ministro degli Esteri inglese, William Hague. All’ordine del giorno la situazione di Gaza. Con loro anche il segretario di Stato americano John Kerry che ha parlato al telefono con il premier israeliano Benjamin Netanyahu, offrendogli la disponibilità a “dare una mano per arrivare a un cessate il fuoco” che resta la principale urgenza. Con Washington spettatore, non vuole e non può esercitare forti pressioni su Israele, spetta, dunque, all’Europa muoversi in prima persona per cercare una tregua. Per questo motivo che da oggi (fino al 19) il ministro degli Esteri italiano, Federica Mogherini, lady Pesc in pectore con l’Italia al timone del semestre di presidenza dell’Ue – ed il suo omologo inglese, saranno in Medio Oriente per incontrare i dirigenti israeliani e palestinesi. Un viaggio che li porterà anche in Giordania e in Egitto. Il nuovo presidente egiziano, il generale Al Sisi, infatti, appare al momento uno dei pochi interlocutori in grado di trattare con Hamas. Dal canto suo il segretario generale dell’Onu, Ban Ki Moon, ha denunciato i “troppi civili palestinesi uccisi” dai raid e condannato i lanci di razzi contro Israele. Sul campo gli attacchi proseguono senza sosta. Nella notte tra domenica e lunedì i razzi lanciati dalla Striscia verso il territorio israeliano sono stati 10, due dei quali caduti nei Territori palestinesi. I raid israeliani hanno colpito, invece, tre strutture di formazione del braccio militare di Hamas, le Brigate di Ezzedin al-Qassam, ma senza fare vittime. Colpiti anche edifici a Gaza City, Deir el-Balah, nella parte meridionale della Striscia, e Jabaliya, sulla costa. A Beit Lahya, nella zona nord, la notte scorsa si è verificato il primo blitz di terra israeliano per neutralizzare i lanciatori di razzi. Nel corso dell’ultima settimana ne sarebbero stati lanciati oltre 700, mettendo a dura prova l’Iron Dome (Cupola di ferro), il sistema anti-missili a corto raggio in dotazione dell’esercito di Israele.

La Caritas Jerusalem, attraverso i suoi sei comitati locali sparsi nella Striscia, lamenta “mancanza di carburante e di generi di prima necessità e denuncia distruzioni di case di civili. Particolarmente gravi sono le condizioni dei bambini traumatizzati dalle bombe, dalla morte di parenti e dalla distruzione delle loro abitazioni. Oltre 1500 di questi hanno bisogno di supporto psicologico. Altro pericolo che grava sui più piccoli sono gli ordigni inesplosi. Molti, infatti, recuperano oggetti familiari tra le macerie delle loro case esponendoli a possibili esplosioni”. Emergenza umanitaria e sanitaria: da Terre des Hommes giunge oggi appello per farmaci salvavita. Mancano 470 tipi di materiali sterili e monouso, tra cui aghi, siringhe, cotone, disinfettanti, guanti e soprattutto sacche di sangue per i feriti. Emergenza confermata al Sir anche dallo staff dell’Unrwa, l’agenzia Onu dei rifugiati palestinesi. “Ci sono oltre 10mila persone rifugiate presso le nostre strutture dopo che l’esercito israeliano le aveva invitate a lasciare le proprie abitazioni, in vista di scontri a fuoco e bombardamenti. Stiamo cercando di aiutarle offrendo cibo, kit per l’igiene personale e coperte. Nessuno di loro sa se e quando potrà rientrare a casa. Il 50% della popolazione di Gaza è composta da persone di meno di 18 anni. Soffrono tutti di traumi psicologici. Per loro il dramma continuerà anche dopo la fine del conflitto”. “I bambini stanno pagando il prezzo della spirale di violenza a Gaza e in Israele, che ha visto almeno 33 di loro perdere la vita a Gaza nei giorni scorsi, e centinaia di altri rimanere feriti. Nessun bambino – tuona l’Unicef – dovrebbe soffrire l’impatto terrificante di una simile violenza”.

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