Il colore prima del blu – Puntata 4

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Il colore prima del blu

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Mio padre nella notte stellata scorge un movimento strano sul mare assonnato di fine agosto. Forse è proprio ciò che sta aspettando. Una luce intensa si espande dagli abissi marini sulla superficie del mare. Suoni melodiosi giungono fino all’Isola. In lontananza, eleganti colpi di coda agitano le acque morbide e restituiscono spruzzi d’acqua marina. Sirene timide si allontanano lasciando un vago sentimento di nostalgia. Mio padre si sporge sul costone di roccia. È legato a una fune, ma…

Sento un vuoto sotto di me, il letto sembra precipitare, mi sveglio con il cuore tumultuoso. È un incubo ricorrente. Deve essere andata così, giù all’Isola. Mi alzo, vado in cucina a bere un bicchiere d’acqua. Non ho più sonno. C’è qualcosa di sospeso nella mia vita. Un conflitto irrisolto. Un debito non ancora pagato e un credito da riscuotere.

‹‹La vita non puoi farla a fette come questo pesce spada, caro Michele. La devi guardare tutta intera per capirci qualcosa.››

Il signor Alfredo, mentre parla, continua a fare le cose sue. Io lo fisso, lui si ferma, vede la sigaretta sul posacenere. La prende, ma è consumata dal tempo senza che lui abbia fatto un solo tiro. La getta via e ne accende una nuova. Si consumerà anche questa senza che nessuno la fumi. Il signor Alfredo è talmente indaffarato che accende le sigarette solo per abitudine. La maggior parte non riesce a fumarle. Le dimentica… A volte accende una nuova sigaretta quando ancora ne ha una sul posacenere.

‹‹Michele, devi farmi una commissione: vai da Maria la pesciaiola e ritira quello che ho ordinato.››
‹‹Sì signor Alfredo.››
‹‹E fatti dare anche la frittura di paranza.››
‹‹Sì signor Alfredo.››

Mentre vado, le vie del paese si azzittiscono al suono malinconico delle campane. Qui in paese raramente si ascoltano suonare a morto perché, se suonassero anche una sola volta a settimana, in tre anni non resterebbe più nessuno.
‹‹Chi sarà morto? Michè, tu che sei amico di don Piero, ne sai qualcosa?›› mi urla Maria la pescivendola.
‹‹No, perché non sono affatto amico di don Piero,›› dico.
Alle mie spalle si intromette Nunzia, l’altra pescivendola: ‹‹Ah! Ma come, non lo sai? È morto Peppino il falegname.››
‹‹Uh! e che vuoi fare, aveva gli anni quello lì… Stava male da un pezzo.››
‹‹Eh sì! Era un anno che non si vedeva più in giro. Ti ricordi che tutti i martedì veniva la mattina presto a prendersi il merluzzetto?››
‹‹Ah, sì? I tuoi merluzzetti puzzolenti? Per questo si è morto!››

Prendo la mia roba, saluto ma non ricevo risposta, tanto sono impegnate a litigare tra loro, ma non faccio neanche due passi e sento Nunzia, già rappacificata, bisbigliare a Maria: ‹‹La mamma si è ammattita, povero ragazzo.›› 

Si deve essere sporto troppo, la fune non era legata bene, un masso si è frantumato e mio padre è caduto di sotto. Trenta metri. Spuntoni di roccia sbucano dall’acqua del mare: hanno atteso bramosi il suo corpo. Quanto tempo occorre per percorrere quella distanza? Il tempo necessario per immaginare l’abbraccio congiunto con me e mia madre. ‹‹Una disgrazia››, si sente ripetere qui in paese. ‹‹Non è la prima volta››, dicono. ‹‹Questo è un paese maledetto, dimenticato da Dio. Il mare si porta via i nostri pescatori da secoli››. Così commentano per le strade la morte di mio padre, ancora oggi, ogni volta che mi parlano di quel giorno. Però mio padre non era un pescatore. Mio padre non c’entrava nulla con il mare.

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