Africa terreno di scontro di nuovi, grandi interessi

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Di Giulio Albanese
Il terrorismo è un fenomeno aberrante del nostro tempo che sta causando morte e distruzione in Africa. Dalla Somalia al Kenya, dalla Nigeria alla Repubblica Centrafricana, per non parlare della tormentata regione maliana dell’Azawad, è un continuo succedersi di notizie che, direttamente o indirettamente, parlano di azioni eversive perpetrate da cellule jihadiste. Viene allora spontaneo chiedersi: “cui prodest?” Sarà anche vero che al Qaeda, disponendo d’ingenti risorse finanziarie delle confraternite salafite, ha foraggiato alacremente in questi anni una miriade di gruppi armati preesistenti in molti Paesi della fascia Subsahariana. Ciò non toglie che se gli al Shabaab in Somalia, i Boko Haram in Nigeria e Camerun o al Qaeda nel Magreb Islamico (Aqmi) tra Algeria e Mali, sono liberi di fare il bello e il cattivo tempo, non è solo questione di fanatismo islamico. Si tratta, piuttosto, di una strumentalizzazione della religione per fini eversivi legati ad interessi, più o meno, occulti all’opinione pubblica internazionale.
Come mai l’offensiva dei Boko Haram, che infestano le regioni settentrionali e centrali della Nigeria, si è acuita con l’elezione del presidente Goodluck Jonathan (cristiano), avvenuta il 6 maggio del 2010? La risposta, a detta degli analisti, è che egli è inviso alle oligarchie islamiche che vorrebbero avere il pieno controllo del potere politico ed economico del Paese. E cosa dire del fatto che il 6 aprile scorso il National Bureau of Statistics nigeriano ha diffuso i nuovi dati sul Prodotto interno lordo da cui si evince che la Nigeria ha superato il Sudafrica diventando così la più grande economia del continente africano? Il Pil nigeriano, per il 2013, sarebbe pari a 509,9 miliardi di dollari contro i 370,3 del Sudafrica. Contemporaneamente, però, i Boko Haram hanno scagliato una vigorosa offensiva contro il governo di Abuja, culminata, nella notte tra il 14 e il 15 aprile, con il sequestro di oltre duecento studentesse da un liceo a Chibok, nello stato del Borno. E da allora non passa giorno in cui non vi siano azioni terroristiche che insanguinano il Gigante africano.
Sul versante opposto, in Kenya, le cellule jihadiste colpiscono, costantemente, la costa del Paese che si affaccia sull’Oceano Indiano. Come nel caso del centro di Mpeketoni, non lontano dalla popolare isola di Lamu, località turistica e sito protetto dall’Unesco. Il 15 giugno scorso, sparando raffiche di mitra da due minibus, un commando di al Shabaab, ha attaccato due alberghi, una banca, un commissariato e due stazioni di servizio. Un raid che ha lasciato sul campo una cinquantina di corpi senza vita. Questi criminali volevano solo fare piazza pulita dei cristiani che hanno ucciso o avevano anche altre mire? Da quelle parti, vi sono grandi progetti infrastrutturali. Per il distretto di Lamu è in programma la realizzazione di una linea di oleodotti, un’arteria stradale a tre corsie e una ferrovia che assicurino il trasporto dei minerali preziosi della regione del Grandi Laghi, oltre ad un terminale petrolifero per l’esportazione del petrolio sudsudanese. Secondo la versione ufficiale, gli al Shabaab avrebbero colpito, innanzitutto, per punire il governo di Nairobi che ha inviato, nell’Ottobre del 2011, un contingente di soldati in appoggio alle legittime autorità di Mogadiscio. E come mai questi terroristi somali non hanno mai colpito la vicina Etiopia che per prima ha invaso militarmente la Somalia, nel 2006?
È lecito certamente pensare che vi sia un progetto di colonizzazione dell’Africa, sponsorizzato da certe confraternite musulmane con l’intento d’esportare la sharìa, la legge islamica. Ma in gioco vi sono anche altri interessi, come quelli della nuova generazione di imprenditori arabi che considerano strategiche le riserve petrolifere del Corno d’Africa. Attenzione, inoltre, ai difficili equilibri geostrategici tra Cina e Stati Uniti, nel controllo delle commodities africane (fonti energetiche e materie prime) che rendono lo scenario molto più complesso di quanto possa sembrare all’osservatore sprovveduto.

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