La severità del Papa

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Di Marco Doldi
Diverse volte Papa Francesco è tornato sul male della corruzione: si tratta di una piaga diffusa ramificata, al punto da divenire un’autentica struttura di peccato. Nell’esortazione “Evangelii gaudium” la associa alla evasione fiscale, in quanto frutto della brama del potere e dell’avere. E, in una delle ultime omelie del mattino a Santa Marta, ha precisato che la corruzione irrita Dio.
Presa nel suo significato più generale, la parola indica l’atto di indurre con denaro o con altro mezzo illecito uno a venire meno al proprio dovere o a fare ciò che non dovrebbe. Esiste anche una corruzione “impropria” quando un cittadino paga affinché un pubblico ufficiale compia un proprio dovere, che evidentemente si mostra riluttante a svolgere. Talvolta, questa forma di corruzione è quasi motivata dalla eccessiva burocrazia, che rallenta e ostacola il lavoro e l’impresa. A parte questo caso, sul quale conviene comunque prestare attenzione, la corruzione è un cancro della società e, ancora prima, un’autentica malattia della persona.
La riflessione di Papa Francesco sulla corruzione risale addirittura agli anni ‘90 del secolo scorso ed è testimoniata in una recente pubblicazione che ha il card. J. M. Bergoglio come autore e come titolo “Guarire dalla corruzione” (Bologna 2013). Qui si trova espressa la differenza tra peccato e corruzione: il primo è aperto al perdono, la seconda si può curare solo come una malattia. “Di fronte al Dio che non si stanca di perdonare, il corrotto si erge come autosufficiente nell’espressione della sua salvezza: si stanca di chiedere perdono” (p. 19). Quello del corrotto, quindi, è ben più che un peccato: è una sorta di cancrena interiore che chiude la persona in se stessa, nella spirale del potere e dell’avere a tutti i costi. La corruzione è sempre esistita: nel vangelo non mancano figure di corrotti: da Erode a Erodiade, sino a Giuda; come non mancano gruppi che esprimono la corruzione, sino a offrire i denari per la vendita di Gesù. E ci sono peccatori come Zaccheo, Matteo il pubblicano, la samaritana, il buon ladrone. La differenza rispetto ai primi è che costoro sono aperti al perdono, perché consapevoli della propria debolezza e quindi aperti alla forza dell’intervento di Dio.
La corruzione sociale è dunque frutto del cuore e non è imputabile a semplici condizioni esterne: “non ci sarebbe corruzione sociale senza cuori corrotti” (p. 15). Il cuore corrotto è quello che è totalmente arroccato nella propria autosufficienza, tanto da non permettersi alcuna verifica sul proprio operato. Sì, la corruzione è innanzitutto una malattia dello spirito, che produce frutti avvelenati ed emana un odore cattivo. L’identikit del corrotto è quello di un uomo incapace di aprirsi alla gratuità, che è dono di Dio. Egli vive irretito dentro se stesso; non ha amici, ma solo complici, “utili idioti” (p. 32). La corruzione è la frattura della fratellanza, dei rapporti sociali: essa impedisce di avvicinarsi bene agli altri. Non è un atto isolato, appunto un peccato, ma uno stato permanente, una condizione personale e sociale, che chiude la possibilità di una relazione viva con Dio.
Quando la logica della corruzione prende campo nella Chiesa, assume il nome di mondanità spirituale: quella che già H. de Lubac riteneva la tentazione più perfida, quella che sempre rinasce, quando tutte le altre sono state vinte. Quella che trasforma gli operai del vangelo in imprenditori, guidati da logiche umane. La corruzione e la mondanità sono entrambi generati dalla “stanchezza della trascendenza” (p.19), che può colpire anche i credenti praticanti. Ecco perché Papa Francesco esorta frequentemente a mantenere il cuore aperto alla misericordia di Dio e invita la Chiesa alla radicalità evangelica.

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