La preadolescenza è un ciclone anche per la fede

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Di M. M. Nicolais

Non più bambini ma non ancora adolescenti. Sono i “preadolescenti”, di fronte ai quali anche la psicologia si dimostra in difficoltà, tanto che alcuni non esitano a definire questa fase evolutiva una “età negata”. “È necessario considerare la preadolescenza come una tappa evolutiva autonoma e come una fase di transizione breve verso l’adolescenza”, sostiene invece Alessandro Ricci, psicologo e psicoterapeuta dell’Università Salesiana di Roma, tra i relatori del convegno nazionale dei direttori degli Uffici catechistici diocesani, in corso a Bari in questi giorni per iniziativa dell’Ufficio catechistico nazionale della Cei, sul tema: “Sono qui tutti i giovani? (1Sam 16,11). Comunità cristiana e proposta di fede ai preadolescenti”. “Uno dei compiti essenziali degli educatori di oggi, e contemporaneamente una competenza necessaria da acquisire – sostiene l’esperto – consiste nel conoscere e sapere accompagnare l’inevitabile disagio psichico-evolutivo, specialmente nell’età preadolescenziale e adolescenziale. Conoscere le dinamiche che avvengono durante il processo di crescita, leggerne i segnali verbali e non, che i giovani trasmettono, e intervenire in modo adeguato e consapevole , è la sfida e il compito degli educatori di oggi”.

Chi è il preadolescente oggi?
“La preadolescenza rappresenta una fase dello sviluppo umano, un’età compresa tra i dieci e i quattordici anni. È stata definita come un’età critica, difficile, complessa, delicata: qualche volta assomiglia a un ciclone o a qualcosa che mette in discussione tutto. Questi anni possono essere caratterizzati da incertezze, conflitti e difficoltà tanto per gli adulti (genitori-insegnanti-educatori) che cercano di comprendere i ragazzi quanto per i ragazzi stessi, combattuti fra il volere e non volere essere compresi. Il nucleo della personalità è ancora in divenire, frammentario, fragile. La preadolescenza è un’età di progressivo assestamento che pone i presupposti per una stabile definizione di sé: un’età di passaggio molto delicata perché il più delle volte tale passaggio è muto, senza parole, quasi inavvertito. Possiamo definire la preadolescenza come ‘l’età delle grandi migrazioni’: da un corpo infantile verso un corpo adulto, dalla famiglia come unico punto di riferimento all’ingresso nel gruppo dei pari, da un pensiero basato sulla logica operativa ad uno fondato su quella formale, da un forte senso di appartenenza scolastica ad un senso critico nei confronti della stessa, da una religiosità legata alla frequenza della chiesa all’avvio di una religiosità più soggettiva e personalizzata, da una definizione di sé fondata sull’identificazione all’elaborazione di una propria identità personale e sociale”.

Quali sono le fasi peculiari di sviluppo di un ragazzo o una ragazza tra i 10 e i 14 anni? 
“Le parole chiave di questa fase evolutiva sono ‘risperimentazione’ e ambivalenza. Il preadolescente si risperimenta nelle conquiste evolutive fatte fino a quel momento: con il suo bagaglio di competenze e conoscenze si accinge a scalare la vetta della crescita e verifica se ciò che ha appreso fino a quel momento gli sta bene o no. L’ambivalenza è connessa ai dubbi, alle perplessità e alle contraddizioni tipiche di questa età che il preadolescente manifesta continuamente con il suo comportamento; al fatto che il preadolescente si trova ad un bivio della sua vita; al fare dei passi avanti verso la maturità ma anche al fermarsi o a fare dei passi indietro verso la fanciullezza. Educare i preadolescenti implica insegnare loro a usare il proprio pensiero, le proprie emozioni e comportamenti, in modo che siano responsabili di se stessi e sappiano risolvere i problemi che, di volta in volta, si troveranno ad affrontare nella vita”.

Con quali modalità devono intervenire gli adulti?
“Educare a pensare, all’espressione emotiva, alle regole, ai valori, ad uno stile cooperativo, allo sviluppo delle capacità critiche, creative e di scelta, alla resilienza e alla fede: un progetto educativo credibile deve oggi dichiarare come intende favorire la maturazione dei ragazzi in ordine a questi aspetti. In psicologia dell’educazione parliamo di efficacia educativa che avviene principalmente grazie all’autenticità dei rapporti umani ricchi di amorevolezza, sostegno, pazienza e comune ricerca del bene personale e sociale. Sono convinto, inoltre, delle profonde potenzialità insite nei giovani. Il buon clima relazionale della famiglia e dell’ambiente educativo è come una pioggia primaverile che permette al bene di emergere e radicarsi nel fiore della giovinezza. Avere accanto una figura adulta, significativa, amata, impegnata, ma prima di tutto presente – anche fisicamente – esprime probabilmente il vero bisogno di un ragazzo di oggi”.

Quali sono le difficoltà che emergono più di frequente, e come superarle?
“‘Non basta che voi amiate i ragazzi, occorre che essi si sentano amati’, diceva don Bosco. La seconda parte di questa frase trova diverse difficoltà nella sua applicabilità, e forse anche per questo parliamo oggi di una vera emergenza educativa. La difficoltà sta nella consapevolezza di voler essere e saper essere maestri, pastori, padri e madri buoni nei confronti dei propri figli. Secondo la mia esperienza, molti adulti trovano difficoltà nell’essere ‘buoni’: l’esigere, l’accompagnare, il comprendere, il guidare, il testimoniare sono concetti che non sempre trovano adulti ben disposti ad accoglierli. Il successo educativo dipende dalla qualità degli adulti, specialmente dalla relazione significativa che essi riescono a costruire tra loro e i giovani”.

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