Dopo la morte di Ciro

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È difficile parlare e scrivere di calcio, mentre una famiglia piange un figlio ucciso da un colpo di pistola durante gli scontri tra tifosi prima della finale di Coppa Italia. Ciro Esposito, il giovane tifoso napoletano, è morto questa mattina a Roma dopo 50 giorni di agonia. A nulla sono servite le cure: Ciro non ce l’ha fatta.
La sua morte è il vero “fallimento” per il calcio italiano. Non il “fallimento” riconosciuto da Buffon, il capitano della Nazionale umiliata in Brasile. Un “fallimento”, quello del calcio violento, che precede quello del calcio giocato e in qualche modo lo ha preconizzato.
Se non riusciamo a rendere una partita di calcio un momento di gioia e di festa sportiva perché mai dovremmo meritare di vincere un Mondiale? No, anche una qualificazione strappata per il rotto della cuffia e con un indecente catenaccio ci avrebbe reso felici. Non siamo così stupidi da pensare che ci sia un nesso fra gli avvenimenti, la morte di Ciro e l’esclusione dal Mundial, ma certamente abbiamo molto da imparare.
Innanzitutto dobbiamo sapere che ogni traguardo va meritato sino in fondo. Facciamo dei nostri stadi un luogo sicuro e accogliente per le famiglie, espelliamo dalle tifoserie i violenti, ridimensioniamo i costi del gioco allineandoli alla vita (durissima) dei cittadini normali, ripuliamo i linguaggi calcistici televisivi ridotti ai fumi di osteria e ai giochi beceri e triviali di scaramanzia. Cesare Prandelli, da galantuomo, ci ha provato. Peccato che non ce l’abbia fatta. Oggi le sue dimissioni valgono oro sul piano della correttezza civile.
Ripulire il calcio è una possibilità che ci viene offerta per renderci migliori. Noi non smetteremo di dirlo. E con noi tutti quelli che piangono il povero Ciro.

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