Fuori dalla Chiesa con e senza coppole e lupare

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Di Domenico Marino

“La ‘ndrangheta è adorazione del male e disprezzo del bene comune, e coloro che nella vita seguono questa strada, i mafiosi, non sono in comunione con Dio: sono scomunicati”. Dalla piana che fu di Sybaris e Thuri, dalla Calabria messa in ginocchio dalle ‘ndrine e dai suoi complici con e senza coppole e lupare, Papa Francesco ha mosso un passo storico per la Chiesa universale. L’ha fatto davanti a 250mila persone giunte qui da tutto il Meridione, e non solo. Bambini tanti, giovani tantissimi, adulti molti e pure migliaia di anziani. Tutti sotto il sole bollente del primo giorno d’estate per ascoltare il Papa venuto dalla fine del mondo affinché gli ultimi non siano più tali, perché le periferie diventino centro. È successo sabato 21 giugno a Cassano all’Jonio, cittadina di poco meno di 20mila abitanti che oltre a essere nella memoria, resterà nella storia perché in un suo angolo di mondo un Pontefice ha accompagnato boss e picciotti, capibastone e sottopancia, fuori dalla grande e accogliente famiglia cattolica. Perché Vangelo e rituali criminali, Parola di Dio e regole di malavita, sono inconciliabili come più volte sottolineato da singoli vescovi e anche dalla Conferenza episcopale calabra.
La memoria corre al vibrante appello alla conversione innalzato da Giovanni Paolo II nel maggio del 1993 nella Valle dei templi. Ma Francesco è andato oltre, solcando un confine che rende impossibile qualsiasi confusione. E l’ha fatto qui, tra Jonio e Pollino, dove le faide non sono solo lontane pagine di cronaca ma racconti di vita quotidiana, dove il racket ingrassa i clan terrorizzando piccoli o grandi imprenditori e le loro famiglie, dove dopo oltre cinque mesi non si conosce la verità sull’omicidio di Cocò Campolongo ucciso come un boss ad appena tre anni. Dove un ragazzino neanche adolescente ha assistito con le mani impotenti e gli occhi increduli all’omicidio del papà, Fazio Cirolla, ucciso per sbaglio in un agguato di ‘ndrangheta. La sua unica colpa è stata trovarsi al posto sbagliato, al momento sbagliato, in un’afosa domenica di fine luglio. Cercava un pezzo di ricambio per l’auto e ha trovato la morte. E mentre il sicario gli puntava la pistola alla testa per fare fuoco, ha avuto la tenerezza di sussurrare al figlioletto d’occuparsi della mamma. Alla quale ora, spenti i riflettori e asciugate le lacrime, sono vicini solo il parroco, i familiari e qualche uomo di buona volontà che non è scomparso allo spegnersi dei flash. Fazio e la sua famiglia abitavano poco lontano dalla spianata in cui il Santo Padre ha lanciato la scomunica a clan, ‘ndrine, sistemi criminali di ogni genere.
Con ogni probabilità, la moglie e il figlio di Fazio sabato pomeriggio hanno ascoltato il Santo Padre tra la polvere, il sole e la brezza marina che ha un tantino rallentato la salita della colonnina di mercurio. Così come l’hanno fatto piccoli e grandi personaggi di malavita. Sicuramente sono arrivate al cuore della vedova le parole del Papa e prima quelle del vescovo di Cassano e segretario generale della Cei, Nunzio Galantino, il quale, dandogli il benvenuto in una “Chiesa e un territorio belli” ha in un certo senso preparato il terreno alla storica omelia del Pontefice affermando che “la ‘ndrangheta, come ogni forma di delinquenza organizzata, non si nutre solo di soldi e malaffare, ma anche di coscienze addormentate e, perciò, conniventi”. Speriamo, di cuore, che abbiano fatto breccia pure nell’animo dei criminali. Perché c’è sempre spazio e tempo per il perdono, come ha commentato il giorno dopo la scomunica don Giacomo Panizza, sacerdote in trincea sul fronte della ‘ndrangheta a Lamezia Terme.
Le durissime parole contro la ‘ndrangheta hanno dato il titolo più forte all’intensissimo pellegrinaggio calabrese di un Papa ultimo tra gli ultimi, umile tra gli umili.

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