Il colore prima del blu – Puntata 2

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Il colore prima del blu

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‹‹Un cristiano se ti chiede acqua gassata vuole acqua gassata, quella liscia non gli cala.››

Il signor Alfredo per dire persone, clienti, gente, usa la parola “cristiano”. Per lui siamo tutti cristiani. Appoggia la sigaretta sul bordo del frigo e sistema le bottiglie dell’acqua dentro. Si china fino in fondo, quasi non ci arriva, le dispone su due file parallele. Da un lato mette l’acqua liscia, dall’altra quella gassata.

‹‹Per questo devi fare attenzione alle etichette, quando porti le bottiglie a tavola.››

La frase esce cupa e affannata, perché il signor Alfredo ha la testa dentro al frigo: si sforza di allineare le bottiglie che non si tengono ferme e cercano da sole l’avvallamento giusto, il più comodo. Quando finisce riprende la sigaretta dal bordo, ma gli resta un solo tiro.

‹‹Qui dentro ci vanno dieci casse d’acqua, centoventi bottiglie, e stasera che è sabato e fa caldo andranno via tutte,›› mi dice, senza badare alla cenere che scivola via dalla cicca perdendosi sul pavimento grigio.

 

La mia vita è più complicata di un’etichetta sbagliata: la mia vita neanche ce l’ha l’etichetta.

Lo dico al signor Alfredo, mi sorride: ‹‹La vita è più semplice di tutti i discorsi che ci puoi fare sopra. Prendi due forchette e portale al tavolo dieci, ché non le hai messe.›› Un cameriere sa girare per la sala con gli occhi bendati, io no: devo alzare lo sguardo per capire qual è il tavolo.

‹‹Cosa aspetti? Vai, su!›› Prendo le posate dal cassetto e le sistemo a sinistra del piatto. Faccio un giro per verificare che non manchi nient’altro.

‹‹Capita a tutti di dimenticarsi qualcosa, nei primi giorni di lavoro,›› mi dice il signor Alfredo dentro la sala deserta, ‹‹poi, con il tempo, fai tutto meccanicamente, soprappensiero, e dopo trent’anni ricominci a dimenticarti di mettere i tovaglioli in sala, proprio come mi è capitato ieri››. Sorrido, in realtà era capitato a me.

Lui continua: ‹‹Quando succede mi chiedo se sono ancora buono per questo lavoro.››

Si accende una sigaretta e mi lascia solo. Non c’è altro da fare prima del servizio. Vado al porticciolo dei pescatori ad ascoltare il rumore e il profumo della pesca. Questa è l’ora in cui si puliscono le barche e si controllano gli strumenti. Ogni barca ha un nome che la salva dal mondo delle cose. Il nome è dipinto su di un lato ed è il segno esteriore della loro anima. I più anziani urlano ordini ai garzoni. Nico carica cassette vuote su un carretto. La pelle si tende sui muscoli nervosi. Mi affascinano i tatuaggi che segnano il suo corpo nudo. Sono memoria di storie di mare. Per conoscerle bisogna andare al bar dei Marinai. È lì che si impara a raccontare storie, soprattutto d’inverno, ascoltando i pescatori e osservando le loro mani ferme e impassibili sul tavolo. Quando scoprono il palmo della mano è per mostrare i loro calli. I calli della fatica.

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