Afferriamo l’ombra dell’amore malvissuto

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Di Cristiana Dobner

L’impressione del rullio dei tamburi assordanti e che non smettono il suono martellante: un accompagnamento del nostro quotidiano, giacente nel sottofondo. Dato scontato. Forse si spera che smetta ma non si fa nulla per annullarlo.
Un omicidio segue l’altro. Una notizia si aggancia all’altra. Tutto però si blocca al solo sgomento, al profondo raccapriccio. Molto comodo finché il rullio sordo non è in noi, nella nostra famiglia, nella nostra coppia, finché non si avvicina. Il rullio dei tamburi impedisce la riflessione e l’affiorare delle domande che esigono una risposta, pena il ricadere nel già avvenuto.
Nella nostra società parlare di sesso ormai è un fatto acquisito, normale, forse segno di una disinvoltura spacciata per maturità. Il sesso invece di diventare parte integrante ed espressione di amore e di affetto, staccandosi dal sentire profondo della persona è diventato un boomerang che colpisce duramente. Inatteso perché il lancio è irrazionale, forse compulsivo. Psichiatri e psicologi ne conosceranno i meccanismi, li potranno descrivere, sono anche capaci di creare sentieri di guarigione? Piste che plasmino la persona?
Amore non è più una parola totalizzante che coinvolge tutto l’essere umano, si disperde, evapora e si confonde con l’invaghirsi.
Perché i giovani (e anche i meno giovani) si lasciano sedurre dall’attore di turno e rimangono abbagliati e magnetizzati alla solo loro vista?
L’amore struttura la persona perché la porta a pienezza di dedizione, di condivisione di cammino di vita, di intenti. In una parola: un progetto da realizzare insieme. Carente è sempre la comprensione del sentire, dove si confonde (e le ragioni possono essere molteplici) l’istinto con il pulsare profondo che poi distingue l’animale dall’umano. Tutto quanto è istintivo e passa sotto la definizione di “mi piace”, per questa sola ragione è gravido di bene per me e per gli altri?
Stiamo educando il maschio, perché negli ultimi tristi fatti, l’esplosione mortifera è di mano maschile, ad uno sguardo al proprio io che sappia dirsi e darsi risposta? Da dove vengo e dove sono diretto? Quale il senso del mio passaggio sulla terra e nella comunità fraterna con tutti gli esseri viventi?
Indubbiamente il senso della responsabilità delle proprie azioni, e prima dei propri pensieri, è esito di trasmissione familiare, di esempi, di educazione. È presente questo aspetto fondamentale in chi, nella catena dell’esistenza, trasmette i valori? Non quelli astratti, formulati, ridotti a trattati o a pillole verbali, ma quelli incisi nel tessuto quotidiano che, in una sola parola, si dicono esempi.
Può un uomo, ancora giovane, padre di tre figli guardarli negli occhi quando ha distrutto la vita di una ragazzina che sarebbe potuta essergli figlia? Può un padre uccidere i propri figli? La dissociazione è evidente. Su quali basi poggia? Non sempre è un dato biologico come il colore dei capelli o degli occhi, più spesso si radica nelle esperienze primitive che comandano le scelte. Se tali possono essere le passioni sfrenate, sbrigliate, che portano al cumulo di macerie, al dolore diffuso che genera altro dolore, invece di portare all’inno della vita, dono da condividere.
In concreto, donna o uomo che vive oggi e non ieri, posso dare il mio contributo perché si possa sanamente crescere e non animalisticamente perire?
Si rischia l’insulto all’animale che, molto spesso, sa donarsi per salvare.
Rimane la grande onta per chi viene travolto da una furia che alberga nel suo cuore e non è in grado di conoscerla, ammetterla, dominarla. Chi alleva, chi educa, deve poter afferrare l’ombra che è dentro di noi ma che non è detto che debba continuare ad abitarvi.
Insegnare a distinguere e riconoscere l’affetto, la dedizione, verso il proprio partner e verso i figli cui si è donata la vita, segna un confine che fa sobbalzare quando si scatena una passione che distrugge.
Forma e sostanza devono appartenersi, embricarsi, crescere solidali, non essere affidate all’apparenza che copre il marciume.

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