Il rischio di perdersi nel triangolo dei secessionismi

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Di Gianni Borsa

“Pensiamo alla ex Jugoslavia”. Nell’intervista, pubblicata il 13 maggio sul quotidiano catalano “La Vanguardia”, Papa Francesco mentre riflette – sollecitato dal giornale – sui temi dell’indipendenza di alcune regioni d’Europa, mette le mani avanti e lancia il monito decisivo, che ad alcuni è (volutamente) sfuggito. “Ogni divisione mi preoccupa. C’è l’indipendenza per l’emancipazione e c’è l’indipendenza per la secessione”, afferma Bergoglio, percorrendo un terreno abbastanza nuovo per un Pontefice. “Le indipendenze dei popoli per la secessione sono uno smembramento… Pensiamo alla ex Jugoslavia…”. Quindi: “Bisogna studiare caso per caso. Scozia, Padania, Catalogna. Ci saranno casi che saranno giusti e altri che non lo saranno”: la secessione di una nazione “senza una precedente storia di unità forzosa deve essere presa con le pinze”.

Barcellona versus Madrid. L’intervista ha fatto subito il giro d’Europa. E a tre mesi dal referendum che si terrà in Scozia per sancire, o meno, l’indipendenza da Londra, si è scatenata una ridda di commenti, valutazioni politiche, nuove rivendicazioni autonomiste. Non a caso il tema è stato sollevato da “La Vanguardia”. La stessa Catalogna ha indetto un referendum, per il prossimo 9 novembre, nel quale i cittadini della regione dovrebbero esprimersi sul diventare uno Stato autonomo da Madrid. Tale referendum è stato però dichiarato illegittimo sia dalla Corte costituzionale che dal governo spagnolo. L’iter per giungere a tale passo è stato lungo, con referendum consultivi svoltisi in alcuni comuni catalani, quindi ampie manifestazioni di piazza, poi un voto parlamentare regionale che ha diviso in due l’assemblea di Barcellona. Uno schieramento di partiti del territorio ritiene che i cittadini catalani avrebbero vantaggi economici significativi sganciandosi dalla madre patria, alla quale Barcellona è legata da una storia complessa, carica di ricorrenti prese di distanza. È vero che il Pil qui è più alto di quello medio nazionale; ma non sono mancati nel Paese richiami a una unità che è più ampia: storica, culturale (ma non linguistica), politica, religiosa.

Fuori dall’Ue. I più focosi sostenitori dell’allontanamento di Barcellona da Madrid hanno però dovuto fare i conti con le conseguenze internazionali di una eventuale secessione. In più di un’occasione l’Unione europea, infatti, ha chiarito – ad esempio con la vice presidente della Commissione, Viviane Reding – che “con la secessione da uno Stato membro, una regione perde la sua appartenenza all’Ue e deve semmai riavviare l’iter di adesione”. Parole che ricalcano quelle del presidente della Commissione (che, secondo il diritto comunitario, è “custode dei Trattati” dell’Unione), José Manuel Barroso, a proposito dell’altro caso eclatante: quello scozzese. “Nel caso di un nuovo Stato che nasca da un attuale Paese membro, esso dovrà fare richiesta di adesione e, cosa molto importante, l’adesione all’Ue deve essere approvata da tutti gli altri Paesi membri”. “Tutti” significa che per una futura domanda della Scozia, anche il Regno Unito dovrà dare il suo assenso; e nell’ipotesi catalana il via libera dovrà venire pure dalla Spagna.

Petrolio, scotch e regina.
 La macchina per il referendum scozzese del 18 settembre è comunque avviata, secondo quanto stabilito da un accordo siglato nel 2012 dal premier britannico David Cameron e il primo ministro scozzese Alex Salmond. L’opinione pubblica a Edimburgo e nelle altre città della “Caledonia” è tuttora piuttosto divisa e i sondaggi non riescono a determinare con certezza quale potrebbe essere l’esito della consultazione: molte voci sostengono che la Scozia indipendente sarebbe più ricca (senza però contare che Londra rispedirebbe al mittente una consistente parte del debito pubblico consolidato); numerosi altri cittadini ritengono invece che giacimenti di petrolio e scotch whisky non sarebbero sufficienti a dare benessere, peso politico e sicurezza alla regione, abitata da circa 5 milioni di persone e legata, nel bene e nel male, a Londra da oltre 300 anni. Fra l’altro l’esito del referendum non determinerebbe né l’uscita dal Commonwealth né la rinuncia ad avere quale sovrano l’inquilino di Buckingham Palace.

Situazione vere e… presunte. 
Mentre i bookmaker britannici lanciano scommesse sul risultato del voto a nord del Vallo di Adriano, in altre aree del vecchio continente si fanno i conti con i pro e i contro di possibili indipendenze. Il recentissimo referendum della Crimea per sganciarsi dall’Ucraina e approdare alla Russia ha segnato una svolta epocale, tornando a mettere in discussione i confini tra gli Stati europei emersi dopo la fine della seconda guerra mondiale. E poi ci sono il Kosovo rispetto alla Serbia; la “polveriera” della Bosnia-Erzegovina, che fatica a riprendersi dopo la guerra civile degli anni ’90 seguita proprio allo smembramento della ex Jugoslavia. Il continente è costellato da altre situazioni, più o meno segnate da specifici percorsi storici e lineamenti identitari, differenze etniche o solo linguistiche: la disputa tra Fiandre e Vallonia in Belgio, le rivendicazioni dell’Irlanda del nord, dei Paesi baschi… Fino al caso, che ha avuto finora meno attenzione e credibilità su scala europea, della cosiddetta Padania a sud delle Alpi.

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