E il punto di vista del figlio? Ignorato ancora una volta

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Di M. M. Nicolais

“Il vento dell’Occidente soffia in una direzione: l’autonomia del singolo su tutto, soprattutto se si salda con il potere delle biotecnologie. Finché lo sfondo, o il sottofondo, culturale rimane questo, tutto è possibile”. È il giudizio di monsignor Mauro Cozzoli, ordinario di teologia morale alla Pontificia Università Lateranense, alle motivazioni della sentenza con cui la Corte Costituzionale ha sancito l’abolizione del divieto di accesso alla fecondazione eterologa, contenuto invece nella legge 40. A monte del parere della Corte, secondo il teologo, “c’è una concezione emotivistica del diritto”, che diventa sempre di più “procedurale”, cioè “non fondato su un dato antropologico, personale, ma sul rispetto delle procedure che ci siamo dati: il 51% scrive la legge e la prescrive”. Ciò non toglie che le persone amanti della vita – obietta mons. Cozzoli – non “hanno come campo di azione solo quello politico-legale, dove si può anche essere perdenti, ma quello morale: l’amore per la vita, la difesa dei diritti senza voce. La forza del bene morale, della verità, non la fanno i numeri, ma la verità della persona e di ogni persona. Anche delle persone senza potere di acquisto”.

Alla base della sentenza della Consulta c’è la “determinazione incoercibile” ad avere o meno un figlio, per una coppia sterile. 
“La Consulta non usa il termine ‘diritto’ al figlio, ma nel modo in cui è formulato il dispositivo fa capire che si tratta proprio di quello. Il termine ‘incoercibile’ fa riferimento a un diritto: il problema, però, è che il diritto al figlio è antropologicamente molto problematico, perché fa riferimento ‘a qualcosa’ che è oggetto di diritto.Qualcosa può essere oggetto di diritto, qualcuno mai. E qui l’oggetto del diritto è proprio il figlio. In altri termini: il desiderio del figlio è legittimo, ed è fortissimo in una coppia, ma non è il fondamento del diritto, non crea la titolarità al diritto stesso. Quella ‘incoercibilità’ di cui parla la sentenza sbilancia il rapporto tra la coppia e il figlio tutto a favore della coppia. Ma c’è il diritto del figlio a nascere da due genitori dove non ci sia la dualità, se non il contrasto, tra genitori legali e genitori genetici o biologici: il diritto del figlio a un’unica genitorialità è un diritto di cui nessuno parla”.

Libertà, dunque, solo come “autodeterminazione” dell’individuo, o al massimo, della coppia? 
“La sentenza della Consulta risente dello sbilanciamento che c’è oggi su una concezione psicologica ed emotivistica del diritto: sempre più facilmente i diritti vengono legittimati e fondati dal desiderio, e non dall’oggettività reale. La nostra è una cultura che mette troppo l’accento sull’individuo, sia come persona che come coppia. Dove c’è una cosa, l’ampiezza dell’autodeterminazione, del desiderio, c’è tutta; dove c’è una persona, l’ampiezza si restringe, perché la persona non può essere l’oggetto di un desiderio. Oggi invece la persona più fragile, più piccola, più debole viene ridotta e assoggettata ai desideri e all’autodeterminazione di qualcuno”.

“Liberalizzare” l’eterologa, secondo la Consulta, è opportuno anche per eliminare le discriminazioni tra chi può permettersela, magari andando all’estero, e chi no. 
“È curioso che tutto il discorso venga sbilanciato sul piano medico-sanitario: l’impossibilità di concepire un figlio, per l’individuo o la coppia, viene vista come un vulnus, come una ferita e dunque come una patologia. La fecondazione in vitro, in questa prospettiva, è vista come una terapia. Allora diviene lecito chiedersi: se tutto è sbilanciato sul profilo sanitario, cioè della tutela della salute, perché non estendere questo discorso anche ai figli? Ci sarebbe anche il diritto alla salute a favore del concepito, che dalla dissonanza tra genitori legali e genitori biologici può essere danneggiato, come dimostra tutta una casistica sui figli che risentono in maniera fortemente dissociativa di questa genitorialità multipla. Ancora una volta, viene ignorato il punto di vista del figlio”.

Ci sono altri punti critici, nel pronunciamento della Corte? 
“Un altro diritto vero, reale, su cui c’è assenza di regolamentazione legale è il problema dell’anonimato del donatore e del diritto del nato, del bambino, a conoscere le proprie origini, non foss’altro dal punto di vista biologico: sia sul piano personale, in ordine alla salute fisica, sia riguardo a problematiche di tipo sociale. C’è un vuoto legislativo sul donatore, sulle condizioni, i limiti e i doveri di questa figura, e non sappiamo per quanto tempo durerà questo vuoto. La Consulta tace su questo punto, o arriva a dire che il legislatore deve porre rimedio”.

Si può dire che la sentenza della Corte è l’esito – e forse non l’ultimo – di una “battaglia” portata avanti, a colpi di legge, per demolire dall’interno, passo dopo passo, la legge 40? 
“È quello che sta avvenendo: la legge 40 aveva una sua forza legale, confermata poi dalla volontà popolare, e non poteva essere attaccata democraticamente dall’interno, quindi è stata presa di mira dal potere giudiziario: abbiamo assistito in questi dieci anni ad una demolizione pezzo per pezzo della legge 40, in nome di un presunto diritto al figlio. Ma il campo della difesa della vita non è solo legislativo: è quello dell’umano, dell’etica, della morale, aperto a tutti gli uomini che usano la ragione per distinguere il bene dal male, il diritto vero dal diritto presunto. Evitando i fondamentalismi e stando attenti a non cader nella trappola della contrapposizione noi/loro, oscurantisti/progressisti. Non si può andare avanti per schieramenti: non possiamo opporre al laicismo un dogmatismo, dobbiamo misurarci con l’intelligenza che Dio ha dato a tutti, nel riconoscere i veri diritti e i beni della persona”.

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