Dagli eurocritici la spinta a ridurre le distanze con i cittadini impoveriti

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wolffpdi Gianni Borsa

Con le elezioni del Parlamento europeo si apre una fase di rinnovamento delle istituzioni Ue: entro quest’anno saranno infatti nominati il presidente della Commissione, l’intero collegio dei commissari, compreso l’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza, il presidente del Consiglio europeo. Quindi il presidente dell’Eurogruppo. In questo stesso periodo l’Unione dovrà continuare a far fronte alla crisi – anche se si vedono segnali di ripresa -, occorrerà tenere uno sguardo vigile sulla politica estera e di vicinato, proseguiranno le consuete politiche comuni. Sulle novità in arrivo esprime alcune chiavi di lettura Guntram B. Wolff, direttore di Bruegel, think tank con sede a Bruxelles, voce autorevole nello scenario politico continentale. Wolff, esperto di economia europea, governance, politiche monetarie e di bilancio, ha alle spalle precedenti esperienze professionali alla Commissione Ue, alla Deutsche Bundesbank e presso il Fondo monetario internazionale.
Anzitutto uno sguardo al rapporto cittadini-istituzioni Ue. Le elezioni hanno mostrato un elevato tasso di astensione, ma non superiore al 2009. Il voto porterà a Strasburgo e Bruxelles numerosi esponenti “eurocritici”, eppure la maggioranza in emiciclo resterà ai partiti cosiddetti “europeisti”. Un suo giudizio complessivo sull’esito delle urne?
Prima di tutto, penso che sia una cosa buona avere delle voci critiche rappresentate nel Parlamento europeo. L’Ue infatti è ancora in una fase costitutiva. In tale fase, è un bene per la democrazia avere parlamentari critici che costringano i parlamentari pro-integrazione a concentrarsi maggiormente su ciò che i cittadini vogliono davvero. Sono sicuro che questa composizione politica consentirà un processo di integrazione europea più sano. La seconda conclusione è che il voto dimostra che i cittadini non sono soddisfatti della loro situazione economica. La nuova leadership dovrà pertanto concentrarsi sui risultati economici”.
Quali sono, a suo avviso, i temi più urgenti da rimettere nell’agenda dell’Ue? La crescita economica? Il lavoro? La politica estera? Le migrazioni? I diritti dei cittadini?
“Penso che gli obiettivi prioritari della nuova leadership dovrebbero essere la crescita e l’occupazione, senza trascurare la politica di buon vicinato. L’Unione europea deve crescere di più per poter risolvere i suoi problemi di debito, ma anche per creare più posti di lavoro. Ci vuole un serio dibattito su quali siano le migliori scelte da compiere in vista della creazione di questi posti di lavoro. Io certamente mi concentrerei su un aumento degli investimenti pubblici e su quelle riforme strutturali forti che molti paesi hanno ritardato troppo a lungo. Non dobbiamo illuderci che le riforme che portano alla crescita siano facili da compiere. Inoltre, sono molto preoccupato per la forte volatilità dei rapporti di vicinato”.
Ucraina, Russia, Siria. Ma anche i Balcani e la Turchia. E poi i Paesi mediterranei… I “vicini di casa” cosa si possono attendere dall’Unione europea? Sta progressivamente prendendo forma una politica estera e di vicinato europea oppure no?
“L’Unione europea non è riuscita a sviluppare una strategia coerente nei confronti della primavera araba, né rispetto alla crisi in Ucraina. È tempo di riadattare le nostre politiche nei confronti del vicinato, ma anche di rafforzare il nostro mercato interno dell’energia e diventare più indipendenti dalle importazioni di gas. Questo sarebbe anche un modo per aumentare la spesa negli investimenti in questo momento. Trovo molto interessante la proposta del primo ministro polacco di formare un’Unione energetica, anche se molti dettagli andranno discussi”.

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