Italia senza lavoro Immigrati in fuga

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Il Rapporto annuale 2014 dell’Istat, presentato ieri, si può leggere in molti modi: uno, classico, si basa sui grandi numeri e sulle tendenze emergenti. Scopriamo così che aumenta il numero delle famiglie (25 milioni), che però sono sempre più piccole (2,4 componenti per nucleo). I nuovi nati sono 515mila, 64 mila in meno in 5 anni. Le nascite per donna sono 1,42, uno dei livelli più bassi a livello europeo e mondiale. C’è quindi molto da fare, per il nuovo Governo, circa le politiche sociali e familiari per sostenere la natalità e le famiglie. Ma qui ci vogliamo occupare di un fenomeno “collaterale” che emerge dal Rapporto: quello che riguarda gli immigrati e gli emigrati. Sì, perché la vera novità, questa volta sostenuta da dati che non danno adito ad alcun “alibi” mentale o politico, è che l’Italia non è, come si vuole far credere, una terra che attrae centinaia di migliaia di immigrati dalle coste africane del Mediterraneo. Semmai, potrebbe essere vero il contrario. Vanno via dall’Italia, sia gli extracomunitari sia i giovani italiani. E tutti per lo stesso motivo: la ricerca del lavoro. Nel 2014 – attesta l’Istat – sono attesi circa 30mila arrivi di immigrati per motivi di lavoro, ma si prevedono anche 100mila “uscite”, questa volta di italiani per l’80%, di persone cioè che dal nostro Paese si spostano altrove in cerca di lavoro e una migliore fortuna. Le polemiche sull’immigrazione “dei barconi” da anni tengono banco e vengono variamente utilizzate dalle forze politiche, per fomentare allarmi che posseggono una reale carica emotiva. Ciò appare particolarmente evidente di fronte alle stragi che purtroppo di tanto in tanto funestano le nostre coste-sud, presidiate dalle navi della Marina militare. E altrettanto effetto emotivo lo ottengono le immagini dei “centri di accoglienza” stracolmi di centinaia se non migliaia di disperati, sbarcati a Lampedusa o in Sicilia, lì trattenuti in attesa di destinazioni future.
La questione che i dati Istat oggi ci pone è la seguente: nel 2011 abbiamo avuto 350mila immigrati e 90mila emigrati per motivi di lavoro. Nel 2012, sono arrivati in 160 mila e usciti in 60mila. Nel 2013 arrivati 80 e usciti 75mila. Quest’anno – come già detto – le “uscite” dall’Italia, fatte per lo più di italiani perché gli immigrati extra-comunitari sono stimate nel 18% del totale, saranno 70mila più degli arrivi. Quindi, gli allarmi di chi vuole “chiudere le frontiere”, cominciano a traballare in termini di credibilità. Urge una rivisitazione di tutta la questione dell’immigrazione dai paesi poveri o in guerra: è vero, c’è, ma lì siamo di fronte a un problema umanitario, sul quale è giusto coinvolgere l’Unione Europea. Urge, parimenti, rivisitare la questione dei nostri “migranti economici”, per lo più giovani tra i 20 e i 40 anni, dei quali quasi la metà diplomati e laureati, che non trovano sbocchi di lavoro da noi e vanno oltreconfine. È un fenomeno molto pesante, un vero impoverimento di “capitale umano” e professionale per l’Italia, del quale un giorno potremmo pentirci amaramente.

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