Spazio agli apprendisti

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Di Nicola Salvagnin

È stato per decenni il canale principale di immissione di giovani nel mondo del lavoro. Si faceva l’apprendistato, poi si entrava in fabbrica o nel luogo di lavoro con un contratto a tempo indeterminato. “Fare l’apprendistato” era diventato sinonimo di impratichirsi di un lavoro, la gavetta necessaria per capire come si fa.
Sta di fatto che gli ultimi anni lo hanno relegato in ripostiglio, al posto di nuove forme contrattuali più interessate ai limiti di tempo piuttosto che alla formazione del personale. E le statistiche raccontano il trionfo del contratto a termine, cioè di un contratto il cui obiettivo non è tanto quello di immettere, ma di stoppare.
Il fatto è che, se parli con i piccoli imprenditori del Nord, tutti ti dicono che preferirebbero di gran lunga rivedere in auge il vecchio apprendistato. Perché formare costa tempo e denaro, le nuove forze sono sempre necessarie e non conviene perdere un giovane con potenzialità, magari a vantaggio di un concorrente.
Si dirà: che li assumino! Ma se il fastidio per lo spreco di risorse è tanto, la paura di assumere qualcuno che non si sa se si riuscirà a pagare, è molto superiore. Le pmi italiane in questi anni di crisi hanno ridotto, purtroppo, il loro portafoglio ordini: c’è chi ne ha per un paio di mesi, e chi naviga letteralmente a vista. Come si fa ad accollarsi un “costo fisso” di questi tempi?
Per questo il nuovo Jobs Act renziano si è occupato pure dell’apprendistato, che però troverà ossigeno nel momento in cui si ossigenerà l’intera economia. Ogni buon proposito legislativo rimane sulla carta, se la realtà non lo supporta.
Ma che la nuova economia abbia tanto da imparare dalla vecchia, è fuori di dubbio. Di operai specializzati c’è bisogno assai, e non parliamo di ragazzotti senza qualità che muovono una leva ogni dieci secondi, ma di personale che segua l’automazione spinta che c’è nelle industrie meccaniche di precisione, nei mobilifici, nell’elettronica avanzata, nell’agroalimentare industrializzato ma anche in antiche lavorazioni artigianali (oro, cuoio, marmo) al passo con i tempi. La paga non è male e sarà sempre più buona man mano che si passerà dalla contrattazione nazionale a quella territoriale o addirittura aziendale.
Ma questo passaggio di saperi ha ben altre implicazioni positive. Appunto permette che capacità lavorative e imprenditoriali non si esauriscano per mancanza di nuove leve (chi va più a pescare? Chi sa fare lavorazioni sartoriali sul cuoio? Che fine ha fatto il distretto industriale del Salento? E Prato senza i cinesi?). E – soprattutto – è stato e deve tornare ad essere la fucina di nuovi imprenditori, di chi cioè ad un certo punto si mette in proprio perché pensa di avere ali robuste per volare o s’inventa un nuovo prodotto, una nuova lavorazione, nuovi mercati.
Insomma la dinamica che ha fatto la fortuna del Nord, della Toscana e delle Marche. Sempre meno, oggi: con i giovani più affascinati da internet e dall’idea di inventarsi qualche app originale per smartphone, piuttosto che rubinetti o macchinari di precisione. Ecco: a scuola dovrebbero insegnare che molte fortune sono nate perfezionando un meccanismo di un ascensore o inventandosi un sistema di confezionamento del caffè, piuttosto che giocando a calcio o diventando effimera talent in uno show televisivo…

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