“Noi abbiamo bisogno dello sguardo di Papa Francesco”

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Di Daniele Rocchi

Fervono i preparativi in piazza della Mangiatoia a Betlemme dove Papa Francesco celebrerà la Messa domenica 25 maggio, nella sua seconda tappa del viaggio apostolico in Terra Santa. Anche il check point israeliano all’ingresso della città sembra essersi rivestito a nuovo, con l’alto muro di separazione completamente ritinteggiato, quasi a voler cancellare con un colpo di pennello, una dura occupazione militare che stringe alla gola Betlemme. Intorno al grande palco che ospiterà l’altare lavorano diversi operai, centinaia di sedie bianche vengono ordinate all’interno delle aree predisposte pronte ad accogliere i circa diecimila cristiani attesi da tutta la Palestina e Israele. Ci si chiede dove si sistemeranno, visto che lo spazio è occupato anche dalla struttura che dovrà ospitare il coro che in queste ore prova e riprova i canti della liturgia. Tutto intorno una miriade di bandiere palestinesi e del Vaticano. Si sistemano le transenne, si chiudono strade. Sui lampioni vengono issate immagini del Papa e di Abu Mazen, il presidente palestinese. A vigilare decine di soldati e di poliziotti con jeep militari dovunque. In giro per la città e davanti la basilica della Natività, troupe televisive catturano immagini e interviste da rilanciare. Non si vedono i nugoli di venditori di rosari e cartoline che solitamente attendono i pellegrini in arrivo.

Betlemme troppo piccola… Per un giorno, Betlemme sarà troppo piccola per accogliere tutti i cristiani che vogliono partecipare alla Messa di Papa Francesco. Un tempo a maggioranza cristiana, la città natale di Gesù, torna così a riempirsi di fedeli. Alcuni di loro raccontano che “i biglietti per entrare nella piazza e assistere alla celebrazione sono stati estratti a sorte per non scontentare nessuno. Per i betlemiti sono stati riservati 500 biglietti, altri 500 per i cristiani che verranno da Gerusalemme, i restanti suddivisi tra tutte le parrocchie israeliane. In molti verranno dalla Galilea, da Nazareth, la città dell’Annunciazione, ignorata – dicono – dal programma del Papa”. E se il Pontefice non va in Galilea, sarà la Galilea ad andare da lui. Ci saranno fedeli cattolici anche dalla piccola parrocchia della Sacra Famiglia di Gaza e dalla comunità greco-ortodossa. Israele ha rilasciato 680 permessi, ma saranno ben pochi quelli che riusciranno a venire a Betlemme. Molti permessi, infatti, sono stati rilasciati a bambini molto piccoli ma non ai loro genitori, e dunque sono destinati tutti a restare a casa. “Siamo venuti per salutare il Pontefice – raccontano alcuni fedeli della Striscia, mentre dipingono uno striscione di affetto e amore per Papa Francesco – per raccontargli quanto ci sentiamo abbandonati e quanto vorremmo sentire la voce dei nostri fratelli cristiani nel mondo. A lui, il difensore dei poveri e degli oppressi, vogliamo raccontare le pressioni che subiamo, spiegare che i nostri giovani sono costretti a convertirsi all’Islam per evitare minacce alle loro famiglie, o per avere un lavoro, per sposarsi, per condurre una vita migliore”. Qualcuno di questi fedeli provenienti dalla prigione a cielo aperto più grande del mondo, che è la Striscia di Gaza, potrà stringere la mano al Pontefice e una famiglia sarà a pranzo con lui, dopo la celebrazione. “Siamo certi che ascolterà le nostre parole”.

Una grande occasione. “Questa visita – dichiara Nasri Kumsieh, greco-ortodosso di Betlemme – è per noi cristiani molto significativa anche dal punto di vista politico in quanto è una grande occasione per l’Autorità palestinese di farsi ascoltare dal Papa. I cristiani stanno emigrando da questa terra e non posso pensare che fra qualche anno essa sarà spopolata di seguaci di Cristo. Abbiamo bisogno di uno sguardo, di un appoggio dal Papa e dalla Chiesa tutta per evitare un simile rischio”. “La mancanza di pace, di stabilità, di lavoro e l’occupazione militare israeliana sono – per Kumsieh, che di mestiere fa l’architetto – le cause principali dell’emorragia cristiana dalla Palestina. Ho studiato molto per poter fare il mio mestiere – afferma con amarezza – ma non posso cercare lavoro fuori Betlemme perché il muro mi impedisce di uscire. Questa visita rafforzerà certo la nostra fede ma deve servire anche a far conoscere al mondo come i palestinesi vivono sotto occupazione militare”. “Fino a quando riusciremo a trattenere i nostri giovani in questa nostra Terra?”, è il grido di Marlene Rock, tre figli sposati e in difficoltà a mantenere le loro famiglie. “I nostri figli devono poter avere la possibilità di uscire e trovare un lavoro dignitoso necessario a farli rimanere nella terra dove sono nati e cresciuti. Al mondo diciamo di non chiudere gli occhi davanti ai cristiani della Terra Santa. Sappiamo che il Pontefice non ha la bacchetta magica, e che la pace non spunta fuori all’improvviso, ma da questa visita può venire la spinta verso la giusta direzione”. Ad augurarselo sono anche tanti fedeli musulmani. Ci saranno anche loro, in piazza, domenica a salutare il Papa che arriva. Uscendo da Betlemme si vede il muro dalla parte palestinese. Da questa parte non è stato ritinteggiato e i graffiti della resistenza popolare continuano a raccontare la sofferenza di un popolo. Quella sofferenza racchiusa in un crocifisso di calcestruzzo, assemblato con frammenti, ricavati a martellate, del Muro israeliano, che il presidente palestinese Abu Mazen donerà a Papa Francesco, domenica.

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