Arianna Palestini, moda etica e “Swap Party”, nuove idee e voglia di saper guardare lontano

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SAN BENEDETTO DEL TRONTO – La moda, troppo spesso additata come futile, è in realtà qualcosa che ci accompagna nel quotidiano e che fa parte del nostro sistema culturale. Si stanno diffondendo sempre più frequentemente iniziative legate alla Moda Etica.

Come nasce questa iniziativa?
L’iniziativa nasce un po’ per tendenza, un po’ per necessità, un po’ per divertimento. Dietro, nel backstage insieme a me, c’è una cara amica di Ascoli con cui mi sono laureata, Erika Tripolini. Insieme siamo state a Parigi, dove siamo atterrate per via dei nostri studi in materia di cultura della moda, e lì ci siamo trovate a stretto contatto con tendenze assolutamente nuove, rendendoci conto che tutto ciò di cui si sente parlare e si legge sui giornali ha una forma. Infatti nelle grandi capitali europee sono all’ordine del giorno manifestazioni, feste e piccoli eventi organizzati da e per i giovani, soprattutto legati all’arte e alla creatività.

Di cosa si tratta?
Per Swap Party si intende “festa del baratto”. E’ un’occasione in cui delle ragazze si ritrovano e animano la serata in modo insolito, ovvero portando con sé i vestiti dismessi per scambiarli tra di loro. Ovviamente non gira denaro, quindi il divertimento è quello di fare shopping senza dover mettere mano al portafogli e soprattutto in un ambiente di festa, circondate dalle amiche.

 Qual è lo scopo di una “festa” di questo tipo?
Il motivo principale che ci ha spinte ad organizzare questo evento è stata innanzitutto una certa attenzione per l’ecosistema e il mondo in cui viviamo, di cui noi cristiani, “custodi del Creato” dobbiamo occuparci.
Infatti “riciclare” i vestiti impedisce che vengano buttati via: lo spreco nel mondo contemporaneo in cui tutto è assolutamente velocizzato è un problema allarmante poiché inquinamento e sfruttamento umano sono colpevoli del degrado verso il quale il pianeta si sta dirigendo. La soluzione ovviamente esiste per bloccare questa tendenza negativa, e consiste nel preferire materiali organici, fabbriche ecologiche e lavoratori eticamente tutelati, ma anche riciclare, riutilizzare e scambiare. Si parla dunque di
slow design, ovvero il ritorno a pratiche tradizionali che si pone come alternativa all’ossessione della velocità di un mondo caotico e affollato, permettendoci di vivere meglio la nostra vita vivendola appunto “lentamente”

 A San Benedetto non era mai stato organizzato, dunque sei una pioniera in questo tipo di eventi, e visto il notevole interesse che ha suscitato, intendi riproporre un bis?
Pioniera forse è un po’ troppo, anche se effettivamente a San Benedetto nello specifico non ne ho mai sentito parlare.
Forse mi potrei sentire più una sorta di ambasciatrice
: ho sempre visto il fatto di andare a studiare e lavorare fuori, in città come Parigi, Milano e Bologna, come occasioni per vedere l’aria e i costumi di quelle città, cercando di prendere il meglio e tutti i movimenti più innovativi che le animano per farne tesoro e non tanto per “scappare” o “fuggire” dall’ Italia come spesso si sente dire.
A mio parere essere cittadini italiani è un dovere, e in fondo le sorti del Paese sono affidate a tutti noi, che dovremmo guardare all’estero come esempio, ma allo stesso tempo corciare le maniche per fare in modo che anche l’ Italia sia il nostro sogno realizzato.

Quello di domenica è stato più che altro un “esperimento”: anche se abbiamo provato ad allargare gli inviti e a far scattare il passaparola, non si sono fidate in molte, infatti purtroppo i pregiudizi verso il nuovo non mancano.
Tuttavia le amiche che invece ci hanno “assecondato” si sono dimostrate davvero soddisfatte e quindi il “bis” è sicuramente in programma, per la prossima stagione.
Il desiderio è anche quello di far rendere conto i coetanei che non è per via delle crisi economica che il mondo può permettersi di rallentare: progetti come questo ci ricordano che non sono i soldi il lasciapassare per il divertimento e la socializzazione, bensì la creatività.

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