I martiri di Abitene, la riflessione di Susanna

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diocleziano

– Una moneta – ancora una volta un “follis” di Diocleziano, coniata ad Heraclea in Turchia, ci rimanda alla nota frase in questi giorni più volte ascoltata o letta : “Senza la domenica non possiamo vivere : Sine dominico non possumus”, riferito ai martiri di Abitene.

Abitene era una città della provincia romana detta Africa proconsularis, nell’odierna Tunisia. Nel 303 d.C. l’imperatore Diocleziano, riaccende una crudele persecuzione contro i cristiani- accusati di aver secondo lui, contribuito allo sfacelo dell’Impero- ordinando di bruciare i Sacri Testi, abbattere basiliche, proibire di celebrare e soprattutto di riunirsi. Allora sono le “Domus Ecclesia”, ossia case private di abbienti cristiani a fungere da cappelle e chiese. Ad Abitene un gruppo di 49 cristiani, ostinato e noncurante della persecuzione si riunisce settimanalmente in casa di uno di loro per celebrare l’Eucaristia domenicale. Sorpresi durante una loro riunione in casa di Ottavio Felice, vengono arrestati e condotti a Cartagine davanti al proconsole Anulino per essere interrogati. Qui pronunceranno quella frase che è il loro testamento: “Senza la domenica non possiamo vivere”, dimostrando una profondissima devozione e una consapevolezza dell’ inscindibilità dell’Eucaristia domenicale dall’essere cristiani.

La fede nella Resurrezione è infatti congiunta all’ Eucaristia-Comunione e dunque alla festa domenicale, per cui non si può essere cristiani senza la domenica. E’ un fatto. Verranno torturati e infine uccisi, mentre continuavano pregare fra i dolori, raccomandando al Signore i loro torturatori. Ma chi era Diocleziano?

Lo vediamo qui in questa moneta, un uomo massiccio, barbuto, dallo sguardo deciso. Nato a Salona, nei dintorni di Spalato, in Dalmazia, nel 240 , morirà intorno al 313. Fu imperatore romano dal 284 fino al 305. Era un dalmata, di origine assai modesta, forse figlio di uno schiavo liberto. Giovanissimo si arruolò nell’esercito, dove ebbe un percorso brillante di carriera militare sotto Probo. Giunse perfino ad essere console sotto Aureliano, fu proclamato infine imperatore dai suoi stessi soldati –per acclamazione-nel 284, alla morte di Numeriano, del quale giustiziò subito dopo l’uccisore, Arrio Apro. Assalito in Mesia, sulle rive del Margo, dal fratello di Numeriano, Carino, che regnava in Occidente fu sconfitto, ma conservò intero il suo prestigio, così da essere acclamato per la seconda volta unico imperatore dai soldati stessi di Carino, dopo l’uccisione di questo da parte di un ufficiale (285).Il regno di Diocleziano può considerarsi diviso in due parti.

La prima (285-293) è caratterizzata dall’associazione al trono di Massimiano, nominato cesare nel 286 e augusto nel 287, Si ebbe così una diarchia, nella quale Diocleziano governava l’Oriente, Massimiano l’Occidente, entrambi assunsero epiteti divini, Diocleziano quello di Jovius, Massimiano quello di Herculius, traducendo in tal modo mitologicamente (poiché Ercole era figlio di Giove) il rapporto fra i due imperatori, che assicurava la preminenza al primo .
La seconda parte del regno (293-305) è caratterizzata dall’instaurazione della tetrarchia.
Constatato che nemmeno due imperatori bastavano alle necessità dell’Impero, Diocleziano designò due cesari, Costanzo Cloro, che fu adottato da Massimiano, e Galerio, adottato da lui stesso. Un bassorilievo dell’arco di trionfo di Tessalonica rappresentante i quattro imperatori con attributi divini mette in evidenza il posto rispettivo di ciascuno di essi. Tutti e quattro erano da considerarsi come effettivi sovrani e in loro nome erano emanate tutte le leggi.
Ripristinata così la pace in tutto l’lmpero, Diocleziano attese a un riassetto generale, mettendo ordine nelle innovazioni introdotte nel III sec. e completando le riforme antecedenti.
Riorganizzò i consigli imperiali .Trasformò l’organizzazione militare, modificò profondamente la divisione amministrativa, frazionando e accrescendo fino a centoquattro il numero delle province e raggruppandole in dodici diocesi. Diocleziano rinnovò il sistema di esazione delle imposte dirette e dell’imposta fondiaria, istituì infine nuove zecche e mise in circolazione nuove monete, tra cui il denarius comprunis o follis, che proprio qui vediamo in questa fotografia.
Nei riguardi dei cristiani, convinto che costituissero un pericolo per lo Stato che intendeva rafforzare nella sua autorità e nel suo prestigio morale e religioso, adoperò spietatamente l’arma della persecuzione. Soprattutto verso la fine del regno, anche per pressione di Galerio infierìcontro di loro in una serie di editti, a cominciare da quello di Nicomedia (303): molti furono i martiri, soprattutto in Oriente, in una persecuzione che durò oltre un decennio e che fu la più terribile sopportata dai cristiani. Nel 305, invecchiato e provato dalla fatica, Diocleziano abdicò, costringendo Massimiano a fare altrettanto, e si ritirò nei pressi di Salona, dove si era fatto costruire, nel luogo detto Aspálathos, un grandioso palazzo, sulle rovine del quale si edificò poi Spalato.
Il sistema di successione, tanto meticolosamente elaborato, funzionò male: i successori non seppero accordarsi. Su richiesta di Galerio, Diocleziano riunì tutti gli imperatori a Carnunto (307) per riorganizzare la tetrarchia, non vi riuscì, ma non si lasciò indurre a riprendere il potere e morì nella solitudine di Salona. Grande generale e abile uomo di governo Diocleziano, fondendo tradizioni occidentali e orientali, ridiede all’lmpero unità e organicità amministrativa e militare arrestandone per qualche tempo la decadenza; tuttavia le sue riforme rimasero in sostanza un’impalcatura esteriore, perché non servirono a risolvere i gravi problemi economici e sociali i del tempo.
D’altra parte la sua politica nei riguardi dei cristiani rese più profonda la frattura tra il vecchio e il nuovo mondo, che nell’interesse dell’lmpero richiedeva invece d’essere colmata.

Susanna Faviani

Giornalista pubblicista dal '98 , ha scritto sul Corriere Adriatico per 10 anni, su l'Osservatore Romano , organo di stampa della Santa Sede per 5 anni e dal 2008 ad oggi scrive su L'Avvenire, quotidiano della CEI. E' Docente di Arte nella scuola secondaria di primo grado di Grottammare.

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