Quassù a Barbiana Papa Francesco si troverebbe bene

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mostra BarbianaDi Mauro Bianchini

Difficile dimenticare il volto di Michele Gesualdi, uno dei primi 6 allievi di don Lorenzo e da anni presidente della Fondazione intitolata a quello che tutti abbiamo chiamato “prete scomodo”: aveva appena appreso, da una telefonata di Mario Lancisi, giornalista e scrittore-scavatore di don Milani, che papa Francesco aveva riservato a don Lorenzo parole di evidente riconoscimento.
Seduto nella cucina dove i volontari avevano appena terminato di rimettere i cocci serviti per prepararci il pasto nell’intervallo del nostro incontro sulla scrittura di don Milani (“Scrivere bene, scrivere per tutti”), Michele moriva dalla voglia che un tablet (chissà che avrebbe detto, il “don”, sui misteri dell’essere sempre connessi…) gli mostrasse le parole complete di un Papa così chiaro nella sua comunicazione. Lette le parole, difficile dimenticarlo il volto – commosso – di Gesualdi.
Con lui, prima di scendere il sentiero che porta al ponte di “Lucianino”, avevamo pensato a come sarebbe significativa una visita, quassù, di papa Francesco: in una “periferia” montana – che oltretutto va pensata negli anni Cinquanta quando la luce elettrica ancora non c’era – che piacerebbe a un Papa che ci invita a riflettere su “periferie” e “scarti” del mondo.
Qui, davvero, la “periferia” diventò “centro; la pietra “scartata” finì per essere riconosciuta “testata d’angolo”. Qui – Michele lo aveva raccontato, riportando le parole di don Lorenzo pochi istanti prima di morire – il “cammello” stava dimostrando la concreta possibilità di “passare dentro la cruna di un ago”.
Impossibile non farci venire in mente l’idea che papa Francesco, quassù a Barbiana, si troverebbe bene. Anche solo per pochi minuti. Anche se sono intuibili le difficoltà “logistiche”. Anche se è immaginabile il caos che porterebbero i media nella piccolezza di questo spazio, alle pendici del monte Giovi, dove la strada parte stretta da Vicchio e arriva ancora sterrata: dove non c’è posteggio, ma dove, in compenso, c’è la chiesetta dove quel prete pregò e soffrì non poco per il suo amore a una Chiesa che non lo capiva; dove c’è quell’aula con la scritta rossa (J care) che ha visto uno straordinario esperimento di amore e speranza.
Come giornalisti avevamo passato qualche ora per riflettere su un particolare aspetto che tocca anche un lavoro come il nostro (credenti o indifferenti che si sia): la scrittura. Le “regole” riportate nella “Lettera” offrono sponde, di una attualità perenne, sul senso dello scrivere. Oggi che non si scrive più con quel ferrovecchio di “Olivetti” visibile nell’aula e domani quando i ferrivecchi saranno i tablet di cui ora si va così fieri.
Scrivere avendo qualcosa di importante da scrivere … e di utile… sapere a chi si scrive … raccogliere tutto quello che serve … trovare una logica … eliminare le parole inutili … non porsi limiti di tempo. 
Regole piccole e radicali da un posto dove tutto è piccolo e tutto è radicale.
Speriamo che papa Francesco, per il convegno della Chiesa italiana nell’autunno 2015 o quando vorrà lui, abbia la possibilità di salirci, quassù a Barbiana. E, magari, anche scendere più sotto, passato il piccolo cimitero dove riposa don Lorenzo, verso il ponte di Lucianino. Era un bambino di 11 anni. Per andare a scuola da don Milani, e uscire dall’analfabetismo, camminava da solo nel bosco per ore e ore. Con il lanternino a petrolio. Dovendo attraversare un ruscello che in certi periodi dell’anno si gonfiava d’acqua e di pericolo.
Nella storia di Barbiana, quella del ponte, è una sottostoria: a papa Francesco piacerebbe un sacco vederlo, quel ponte.

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