L’India si consegna ai nazionalisti

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Di Umberto Siro
A conclusione di nove appuntamenti elettorali, con una partecipazione record di 551 milioni di votanti, pari al 66,38% dell’elettorato, la National Democratic Alliance, guidata da Narendra Modi, leader del partito nazionalista indù, il Bharatya Janata Party, prende il potere. Conquista i 272 (su 543) seggi necessari per formare una maggioranza alla Camera bassa e sconfigge, dopo dieci anni, il Partito del Congresso, guidato da Sonia Ghandi e dal figlio Rahul. Per gli analisti internazionali, la coalizione del governo uscente, United Progressive Alliance (Upa) è stata penalizzata da un diffuso malcontento a causa dell’aumento del costo della vita e del dilagare della corruzione. “Accettiamo la sconfitta. Modi ha promesso la luna e le stelle al popolo. E il popolo ha comprato un sogno”, ha detto il portavoce Rajeev Shukla.
Una campagna elettorale innovativa e dispendiosa. Narendra Modi, che dovrà formare un Governo entro la data del primo giugno, si è avvalso, per la campagna elettorale, della tecnologia – organizzando, attraverso l’uso del 3D, comizi contemporanei in più città, al costo di 300mila dollari – e di forti risorse economiche. Si stima che le elezioni indiane abbiano avuto un costo complessivo di cinque miliardi di dollari. La campagna pro-investimenti di Modi è riuscita perfino a stemperare le critiche sulla sua responsabilità per le stragi tra indù e musulmani avvenute in Gujarat nel 2002. Nel suo primo messaggio dopo la vittoria, Modi ha scritto: “Lo avevo detto: stanno per arrivare giorni belli”.
I timori dei cristiani. Sajan K. George, presidente del Global Council of Indian Christians (Gcic), aveva detto nei giorni scorsi ad Asia News: “Modi ha condotto una campagna elettorale con una estrema impronta fondamentalista; la promessa di buttare fuori tutti i migranti bangladeshi (e musulmani); i riferimenti alla ‘rivoluzione rosa’ (la fine delle esportazioni di carne di mucca, ndr); la demonizzazione della città di Azamgarh, indicata come ‘culla del terrorismo’. Non ha mascherato una forte preferenza per le caste più alte. Siamo preoccupati per i 200 milioni di dalit che vivono nel Paese. I più a rischio saranno i fuoricasta cristiani e musulmani, che per colpa di una legge del 1950 non godono di diritti politici, economici e sociali”. Dopo l’esito del voto, Sajan K. George ha dichiarato: “Rivolgiamo le nostre preghiere affinché le credenziali laiche della Costituzione indiana siano rispettate come sacre e si garantisca pari trattamento e diritti a tutti i cittadini della nostra grande nazione, senza favori per alcune sezioni della società”.
La violenza indù. Gli indù costituiscono circa l’80% della popolazione, i musulmani sono il 13%, i cristiani il 2,5%. Si comprende, quindi, la preoccupazione dei leader cristiani e musulmani per le loro comunità. Nel febbraio 2002, i militanti induisti uccisero oltre mille musulmani, nella disputa per un “tempio conteso” nella città santa di Ayodhya. I cristiani, invece, ricordano i pogrom subiti nello stato di Orissa nel 2008 e gli oltre 4mila casi di violenza anticristiana registrati nel 2013. Episodi che includono l’omicidio di 7 fedeli, abusi e percosse su oltre mille donne, 500 bambini e circa 400 preti di diverse confessioni; attacchi a oltre 100 chiese e luoghi di culto cristiano, come documenta il “Rapporto sulle persecuzioni 2013” elaborato da un forum di enti nella società civile indiana. Come ha ricordato di recente la rivista Tempi, alcuni importanti stati indiani come il Karnataka e il Maharashtra spiccano come “laboratori dell’estremismo indù”, ben radicato anche in altri Stati come Andra Pradesh, Chhattisgarh, Gujarat, Orissa, Madhya Pradesh.

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