L’Iraq alle urne per un governo forte e di riconciliazione

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Daniele Rocchi
Vigilia di sangue per le elezioni in Iraq dove si voterà, mercoledì 30 aprile, per il rinnovo dei 328 membri del Parlamento, dei quali 5 riservati ai cristiani.
Le violenze interconfessionali e interetniche hanno avuto una recrudescenza nel 2013 facendo segnare circa 9.000 morti, mentre dall’inizio del 2014 le vittime sono oltre 2.700. La nuova assemblea sarà chiamata a eleggere il Presidente e il Primo Ministro, nel rispetto del sistema che riserva la carica presidenziale a un curdo e quella di Primo Ministro a uno sciita. In lizza ci sono 9200 candidati di 71 partiti aderenti a 36 coalizioni. Ventuno milioni gli iracheni chiamati alle urne. Forte del vantaggio numerico degli sciiti – etnia maggioritaria – il premier uscente Al Maliki dovrebbe ottenere la terza vittoria consecutiva, e con lui anche la coalizione fra sciiti e curdi che lo sostiene. Le politiche energetiche e la gestione delle immense risorse petrolifere (il Paese è il terzo produttore mondiale di petrolio, dopo Arabia Saudita e Russia) sono questioni centrali delle elezioni, ma a preoccupare è anche l’insoddisfazione della minoranza sunnita, con tutto quello che ne consegue sul piano della sicurezza. Nelle settimane scorse nelle chiese caldee è stata letta una preghiera affinché “le prossime elezioni servano al bene dell’Iraq e dei suoi figli”. Da parte sua il Consiglio dei Capi delle Chiese cristiane del Paese ha lanciato un appello ai fedeli perché vadano a votare. Delle elezioni abbiamo parlato con il vescovo ausiliare di Baghdad, monsignor Saad Sirop Hanna.
Quelle del 30 aprile saranno le prime elezioni dal ritiro delle truppe Usa avvenuto a fine 2011. Quale importanza rivestono per il Paese?
“Sono elezioni molto importanti per tutti gli iracheni. In questo ultimo decennio i governanti hanno mostrato poca professionalità e soprattutto non sono stati in grado di controllare la sicurezza interna del Paese e la violenza derivata dal conflitto etnico, politico e religioso in atto. Questo voto è l’ultima speranza per il popolo affinché il mondo politico si ravveda sulla gravità della situazione in cui versa la Nazione e sulle scelte sbagliate che hanno costellato in questi anni la sua vita”.
Quale Iraq andrà al voto?
“Un Paese ferito e molto frammentato, diviso su quello che dovrebbe essere il proprio futuro. Un Paese in difficoltà anche dal punto di vista sociale ed economico, nonostante le tante risorse che possiede. I Governi passati non sono riusciti a creare un clima di riconciliazione e pertanto occorre affrontare le cause di tutta questa violenza che sono da ricercare in motivazioni religiose. Tuttavia è urgente raggiungere una indipendenza interna capace di liberarci dalle influenze dei Paesi nostri vicini”.
Potrebbe pesare sull’esito del voto un elevato astensionismo?
“La paura di attentati, le minacce terroristiche sono più che mai presenti e reali, fa crescere anche il rischio astensione ma vedo nel popolo la voglia di dare una sterzata nella direzione di un futuro migliore per il Paese. Non vogliamo rinunciare a questa speranza. Come Chiesa stiamo lavorando proprio in questa direzione, esortando i nostri fedeli ad andare a votare perché crediamo nel valore della politica e nel valore del nostro contributo civile anche come credenti. Bisogna andare alle urne per promuovere quella riconciliazione nazionale necessaria alla rinascita del Paese”.
I cristiani andranno al voto in ordine sparso, divisi in almeno 9 piccole liste, pronte ad accaparrarsi i 5 seggi loro riservati…
“È vero, siamo frammentati. Speriamo, tuttavia, che i cristiani vadano a votare numerosi per dare credibilità ai nostri rappresentanti. Poi dipenderà dalla scelta libera di ciascuno all’interno dell’urna”.
Che vi aspettate dall’esito delle urne?
“Speriamo che il voto porti stabilità, riconciliazione e pace interna. Come ribadito anche dal nostro Patriarca Mar Sako, auspico la formazione di un governo forte che abbia una sicurezza efficace e capace di proteggere i confini. Sappiamo che sono state strette alleanze tra partiti politici non più basate sulla religione e sulle etnie ma su programmi che hanno a cuore il bene comune e gli interessi del Paese. Si tratta di una cosa molto positiva che, ripeto, porti alla formazione di un Governo forte che non badi all’appartenenza religiosa o etnica, che crea solo divisione, ma tenga in considerazione valori come il diritto, la cittadinanza e l’uguaglianza, gli unici che offrono prospettive di pace”.

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