Alitalia, ultima chiamata

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Come si vestiranno le hostess dell’Alitalia, con il velo islamico? Non sarà questa l’esigenza più sentita dagli arabi di Etihad, se acquisteranno la nostra ex compagnia aerea di bandiera, quanto piuttosto che il personale ereditato sia molto meno costoso di oggi. Quindi esuberi e tagli di stipendio. Perché Alitalia è una compagnia aerea che genera da anni solo pesanti deficit gestionali, tali da averla portata sull’orlo del crack. Se non sarà la compagnia emiratina a rilevarla, facilmente ci penserà il Tribunale fallimentare a chiudere una storia aziendale un tempo gloriosa, oggi molto meno.
Alitalia, muovendo il doppio dei passeggeri di chi la sta comprando, genera ricavi quasi insignificanti. I debiti sul groppone sono tanti, la struttura dei costi alta, l’azionariato in fuga (senza lo strano e provvidenziale intervento di Poste Italiane, sarebbe già al capolinea), insomma si avvicina la parola “fine”. Gli arabi stanno trattando l’ingresso nell’azionariato, ma sono assai preoccupati di ritrovarsi in bocca un osso con pochissima ciccia. Il loro vero obiettivo è quello di usare Alitalia come testa di ponte per entrare nel ricco mercato europeo, rivoluzionando però rotte di viaggio e aeroporti utilizzati.
In buona sostanza, addio Malpensa, il grande aeroporto tra Milano e Varese che, una ventina d’anni fa quando fu partorito, doveva diventare l’hub internazionale per il Nord Italia, lasciando a Fiumicino il ruolo di porta d’ingresso di Roma. Causa l’infelice posizione logistica – bisogna attraversare il caos autostradale di Milano per raggiungerlo – e una confusa strategia che non ha mai fatto scelte precise, Malpensa con gli anni ha declinato il suo ruolo strategico verso una posizione sempre più marginale. Ora Etihad vorrebbe abbandonarla ai voli cargo (merci) e ai low cost: roba che si fa pure a Bergamo o, in futuro, Brescia. Insomma in qualsiasi scalo di serie B o C.
Milano e il Nord non hanno mai amato Malpensa: troppo comodo lo scalo di Linate, a due passi dalla metropoli, mentre crescevano tutt’attorno scali come Bergamo, Venezia, Verona. Gli imprenditori e i manager del Nord fanno prima a volare da Verona a Francoforte, e quindi dalla Germania nel resto del mondo.
L’arrivo di Etihad provoca i timori degli altri grandi gruppi europei: Air France, Lufthansa e British Airways in ordine di grandezza. Fiumicino che diventerebbe la piattaforma per le Americhe facendo concorrenza a Londra, Madrid e Parigi; Milano che guarderebbe ad Asia e Oceania grazie alla sponda offerta dallo scalo di Abu Dhabi; asiatici che entrano in Europa non più da Londra, Parigi o Francoforte ma dall’Italia. Il mercato dei voli aerei è ricco, per chi sa sfruttare sinergie e lavorare in un’ottica mondiale. Fa solo rabbia pensare che Etihad è nata appena dieci anni fa, che non è nemmeno la più grossa tra le compagnie arabe, che è in posizione tale da fare la voce grossa con quel che resta della gloriosa Alitalia, un tempo ambasciatrice dell’Italia nel mondo.
Se il matrimonio italo-arabo non andasse in porto, i cocci li potrebbe poi raccogliere Lufthansa, il principale competitor di Alitalia fino a ieri. L’Italia diventerebbe una costola dell’impero tedesco, ancella di strategie che la marginalizzerebbero. E forse sarà lo stesso destino che le riserveranno gli arabi. Non sempre si trova un Marchionne che salva la baracca e la rilancia a livello mondiale.

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