La verità sulle violenze è la premessa per la riconciliazione in Venezuela

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Maribè Ruscica
Davanti a 150mila persone, nel Messaggio Urbi et Orbi della domenica di Pasqua in piazza San Pietro, Papa Francesco ha pregato per il Venezuela, “perché gli animi si dispongano alla riconciliazione e alla concordia fraterna”. La crisi politica, economica e sociale che attraversa il Paese è di tale portata che la Conferenza episcopale venezuelana, nel duro comunicato ufficiale del 2 aprile, aveva già ritenuto “opportuna e apprezzata la partecipazione della Santa Sede nel dialogo tra il Governo e l’opposizione”. “Il popolo venezuelano saprà valutare al massimo tale partecipazione e riconoscere il prezioso contributo della Chiesa”, affermano i vescovi nel documento in cui solidarizzano con la popolazione delle città che hanno sofferto maggiormente “gli effetti della militarizzazione” del Paese.
La “Commissione della Verità”. In questi giorni, al dialogo appena iniziato tra il Governo e la coalizione dell’opposizione partecipa anche il nunzio apostolico monsignor Aldo Giordano. Finora è stato accordato l’allargamento della “Commissione della Verità” volta a indagare i fatti violenti degli ultimi due mesi, ma la proposta di un’amnistia per liberare i detenuti politici, invece, è stata rifiutata dal Governo. In questo contesto, è difficile prevedere come finiranno le conversazioni tra il chavismo e gli oppositori. Le violenze cominciate a Táchira il 12 febbraio con un saldo di 41 morti e più di 600 feriti per mano delle forze paramilitari, hanno spinto la Conferenza episcopale del Venezuela a dichiarare nel comunicato del 2 aprile che “la causa fondamentale dell’attuale crisi è la pretesa del partito governativo e delle autorità della Repubblica di instaurare il cosiddetto ‘Plan de la Patria’, dietro il quale si nasconde la promozione di un sistema di governo di tipo totalitario che fa dubitare del suo profilo democratico”.
Disarmare i civili armati. Nello stesso testo, i vescovi venezuelani hanno rifiutato “la criminalizzazione della protesta dei cittadini e la praticata negazione dei diritti umani di studenti e manifestanti” e hanno denunciato “gli abusi, la repressione smisurata, le torture e la persecuzione giudiziaria dei sindaci e dei deputati contrari al Governo”. Oltre a considerare che il Governo ha sbagliato nel voler risolvere la crisi attraverso la forza e dopo aver segnalato che “la repressione non è la strada”, i vescovi hanno chiesto “una necessaria rettifica” da parte del Governo e lo hanno sollecitato a disarmare i gruppi di civili armati, dal momento che “non si tratta di gruppi isolati o spontanei ma allenati per intervenire violentemente e che in molti casi hanno operato impunemente sotto lo sguardo indifferente delle forze dell’ordine, perciò altamente contestate”.
La gravissima crisi sociale. A un anno dal combattuto trionfo elettorale del presidente Nicolás Maduro sul suo oppositore Henrique Capriles (con lo stretto margine dell’1,5%), il Venezuela attraversa una crisi molto grave e le proteste sociali continuano nelle piazze mentre persistono la carestia, la mancanza di viveri, l’insicurezza, la disinformazione e gli effetti di un’inflazione annuale del 57,3% che non dà tregua al popolo. In occasione della Pasqua, la Chiesa venezuelana ha esortato tutti i cittadini di ogni tendenza politica “a unirsi, a superare l’odio e la violenza e a vivere veramente nell’amore del Signore” collocando le proprie intenzioni nelle amorevoli mani della Vergine di Coromoto, Patrona del Venezuela. Con la sua esortazione alla riconciliazione, anche Papa Francesco sarà presente nei propositi di quanti sono impegnati in questo faticoso dialogo.

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