Quando la fede fa la differenza

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I commentatori più navigati (o più maligni) ritengono che il discorso del premier inglese Cameron ai leader religiosi, ricevuti nei giorni scorsi a Downing Street in prossimità della Pasqua, si sia spinto così in avanti nel sostenere la fede cristiana dopo aver ricevuto forti critiche sia dalla Chiesa anglicana sia da quella cattolica, per i tagli governativi all’assistenza pubblica e per il varo dei matrimoni omosessuali. La tesi di tali commentatori è che, vedendo il rischio di trovarsi schierate contro le due Chiese più influenti del suo Paese, Cameron abbia scelto di virare a più miti consigli, elogiando il ruolo della fede nella vita privata e pubblica. Lasciamo alla riflessione politica se tale interpretazione sia l’unica valida. Qui invece preme richiamare alcune delle parole pronunciate dallo stesso primo ministro, che sono molto impegnative.
“Credo che dovremmo essere più fieri circa il nostro status di Paese cristiano – ha detto tra l’altro -, più ambiziosi di sostenere ed espandere il ruolo delle organizzazioni basate sulla fede, e, francamente, più evangelici circa una fede che ci spinge a impegnarci e fare la differenza per la vita delle persone”. C’è una sorta di programma politico, dentro questa affermazione, che non lascia dubbi. Infatti, ha aggiunto, “molte persone mi dicono che è più facile essere ebrei o musulmani in Gran Bretagna che in un Paese ‘laico’, proprio perché la tolleranza che il cristianesimo esige a livello sociale offre maggior spazio per le altre confessioni religiose”. Un bel riconoscimento, che è stato accompagnato da una velata critica al pensiero laicista, cioè a quanti sostengono la visione secolarizzata che tutte le fedi debbano essere bandite dal dibattito pubblico. Secondo Cameron, invece, costoro “non riescono a cogliere le conseguenze di questa neutralità, o il ruolo che la fede può svolgere nell’aiutare le persone ad avere un codice morale” perché “molti atei e agnostici vivono secondo un codice morale, e ci sono cristiani che non lo fanno. Ma per le persone che hanno una fede, questa può essere la guida o il pungolo utile nella direzione giusta”.
Dopo aver ricordato gli stanziamenti statali “per riparare le nostre grandi cattedrali” e per i programmi di solidarietà, il primo ministro ha voluto riconoscere il grande ruolo di supporto “ai più poveri della nostra società svolto dalle organizzazioni religiose e filantropiche”, affermando la sua “forte convinzione che, con maggior fiducia e convinzione nel nostro essere cristiani, possiamo uscire meglio dalla crisi e cambiare davvero la vita delle persone, migliorando lo stato spirituale, fisico e morale del nostro Paese”. Interessate o meno che siano, non si può negarne il valore di queste parole, soprattutto quando si afferma che la fede cristiana rappresenta “una parte vitale della storia e della vita della Gran Bretagna”.
Un bell’esempio offerto anche ai nostri politici, a volte timidi o addirittura indifferenti rispetto al sostegno che la Chiesa offre da sempre allo Stato, con un welfare sussidiario fatto di realtà quali Caritas, volontariato, associazioni, che non ha eguali.

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