I cinesi scioperano? I clienti si lamentano

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In Cina le cose o si fanno in grande o non si fanno. Punto e basta. Così la cronaca che proviene dal gigante asiatico segnala che la polizia della città di Guiyang ha effettuato il più grande sequestro di armi sinora registrato, con la confisca di 10mila armi da fuoco e 120mila coltelli e armi da taglio, con l’arresto di una quindicina di affiliati a una fiorente organizzazione criminale. Negli stessi istanti il milionario Liu Yiqian, di Shanghai, è balzato in cima al Guinness dei primati per aver acquistato un bicchiere di porcellana appartenuto – così si attesta – alla dinastia dei Ming: prezzo 36 milioni di dollari.
Ma – sempre nelle medesime ore – la notizia che dovrebbe fare maggior scalpore viene dalla città di Dongguan: si tratta dello sciopero che stanno attuando gli operai di una delle più grandi fabbriche di scarpe al mondo, la Yue Yuen, nella Cina meridionale. I dipendenti sono 60mila (sessantamila!), e hanno deciso di incrociare le braccia per ottenere condizioni di lavoro meno precarie, salari degni di questo nome e il pagamento dei contributi sociali e previdenziali. Non sono mancati i tratti caratteristici di una qualunque, legittima mobilitazione operaia (parlare di azione sindacale sarebbe improprio da queste parti…): gigantesca sfilata per le vie della città, cartelloni, buuhhhh, spintoni con gli agenti di polizia.
Eppure ciò che stupisce maggiormente nel caso dello sciopero alla Yue Yuen (fra l’altro si sono mobilitate di recente le maestranze di altre aziende, soprattutto multinazionali) non è il fatto che i dipendenti osino chiedere un equo trattamento, in un Paese comunista dove proprio i lavoratori dovrebbero essere al centro dell’azione economica e politica. Lasciano ben più perplessi i mugugni emersi dalle società clienti della ditta cinese, fra le quali marche arcinote – Nike, Reebok, Timberland, Adidas, Crocs, Puma – che temono di non poter rispondere alle richieste dei mercati mondiali. Alla faccia dei diritti di chi lavora, suda e lotta per quattro soldi e un po’ di dignità.

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