Avvocati di strada per i diritti dei senza dimora

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Di Francesco Rossi

I diritti non si possono negare a nessuno. Anche chi vive per strada ne ha, e quando vengono calpestati c’è bisogno di qualcuno che li riaffermi. Con questa “mission”, nel 2000, è nato il primo sportello di “Avvocato di strada”, realtà promossa dall’associazione bolognese Amici di piazza Grande. “Lo scopo è garantire una tutela giuridica gratuita, qualificata e organizzata per le persone senza dimora, cittadini oggettivamente privati dei propri diritti fondamentali solo perché diventati poveri”, spiega Antonio Mumolo, presidente dell’associazione “Avvocato di strada onlus”, presentando i dati relativi allo scorso anno. 2.718 le persone assistite gratuitamente nelle 37 sedi – tanto si è espansa la realtà di Avvocato di strada – in tutta Italia nel 2013.

Tanti gli italiani. Molteplici i fronti su cui sono impegnati – sempre a titolo gratuito – gli oltre 700 avvocati dell’associazione. I “clienti” sono stranieri per il 60%, italiani gli altri. “Un dato – osserva Mumolo – che, contrariamente a quanto si pensi, conferma l’alta presenza di italiani in strada”. In testa vi sono le pratiche di diritto civile, seguite da diritto dei migranti (che aveva avuto un’impennata nel 2012, in concomitanza con l’emergenza Nord Africa e l’arrivo di migranti che chiedevano asilo), diritto amministrativo e penale. In aumento, tra gli assistiti, le donne. Problematiche più diffuse quelle legate al lavoro, agli sfratti, al mancato pagamento di tasse e sanzioni. “Come al solito, è inoltre molto alto – annota il presidente – il numero delle persone che abbiamo dovuto assistere perché sono state derubate o picchiate in strada: un dato che smentisce il luogo comune secondo il quale chi vive in strada è un pericoloso delinquente. Al contrario, spesso sono persone fragili e indifese, aggredite perché considerate ‘colpevoli’ di essere povere”.

Diritti negati.
 La memoria, a Bologna, va a Mariano Tuccella, che in una tiepida notte di settembre del 2007 stava dormendo su una panchina in centro quando venne preso a calci e pugni da tre ragazzi, che gli rubarono 5 euro. Finì in coma e morì dopo sei mesi. “Se non fosse stato in strada sarebbe ancora vivo”, chiosa Mumolo, che lo aveva conosciuto quando frequentava “Piazza Grande”. Andando a sfogliare i casi seguiti dall’associazione emerge uno spaccato di povertà e diritti negati: problematiche connesse al lavoro (191 pratiche in un anno), sfratti (181), separazioni e divorzi (132), potestà genitoriale (87). Non mancano le sanzioni per mancanza del biglietto sui mezzi pubblici (194), né casi legati a un’eredità che non si vorrebbe proprio spartire con il congiunto finito in disgrazia (39). “Ci è capitato in passato – racconta Mumolo – il caso di una persona che riceveva notifiche dal Tribunale di Brescia e costantemente le stracciava: si sentiva braccato, senza via d’uscita. Finché un operatore del dormitorio nel quale viveva ce l’ha segnalato e siamo riusciti a intervenire. Ebbene, c’era stata una grossa indagine per associazione a delinquere finalizzata alla frode. Con la carta d’identità che gli avevano sottratto – o che forse aveva venduto per pochi spiccioli – era stata aperta una società che faceva false fatturazioni. Poi tutti sono scomparsi, ma lui – benché la foto sul documento fosse stata contraffatta – era rimasto come legale rappresentante e rischiava una condanna ad anni di carcere”.

Le residenze negate. Tra le diverse problematiche, però, la più diffusa è quella legata alla residenza: diversi Comuni tendono a negarne il rilascio a chi non ha una dimora stabile. È stata la prima causa degli Avvocati di strada e ancora oggi ha numeri particolarmente significativi: 119 casi nel 2011, 191 nel 2012, 270 nel 2013. “Senza residenza – sottolinea il presidente dell’associazione – non si possono godere alcuni diritti fondamentali quali il diritto alla salute, al lavoro, all’assistenza sociale e previdenziale”. Esistono delle vie “fittizie” dove iscrivere i senza dimora: a Roma è via Modesta Valenti (in ricordo di una clochard morta alla stazione Termini nel 1983), a Bologna si chiama via Tuccella, in altre città via Senzanome o via della Casa Comunale. Ma ci sono ancora resistenze e, ora, nel mirino dell’associazione c’è pure il “Piano casa” del governo, laddove all’articolo 5 stabilisce “che chiunque occupa abusivamente un immobile senza titolo non può chiedervi la residenza”. “L’articolo – sottolinea Mumolo – riguarda anche decine e decine di migliaia di famiglie che sono costrette a occupare un immobile solo perché hanno perso il lavoro e altrimenti finirebbero in strada. Queste famiglie possono essere sfrattate, certo, ma non si può decidere con un decreto di negare loro la residenza”. Non è solo un diritto: è la fiammella che permette d’illuminare una stanza buia, di vedere la luce in fondo al tunnel.

 

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