I vescovi nord americani: ”La frontiera col Messico è la nostra Lampedusa”

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da Buenos Aires, Maribé Ruscica
Non è la prima volta che la Chiesa cattolica degli Stati Uniti reclama la revisione della politica migratoria. Il record di respingimenti di persone senza documenti registrato sotto l’amministrazione di Barack Obama ha motivato negli ultimi anni numerose richieste al Congresso da parte dei vescovi, volte ad ottenere almeno la riduzione di tali “deportazioni” e la revisione delle norme sull’emigrazione.
La messa sulla frontiera. È stato il brivido suscitato dal numero di cadaveri scoperti ogni anno nel deserto sulla frontiera tra Messico e Stati Uniti, a indurre un gruppo di vescovi cattolici statunitensi a trasferirsi in Arizona la scorsa settimana per celebrare – proprio davanti al muro che separa i due Paesi – una messa in onore dei “fratelli” periti alla frontiera e per lanciare un nuovo clamoroso appello per la riforma della politica migratoria. “Ogni anno nella frontiera si trovano circa quattrocento cadaveri di uomini, donne e bambini che tentano di arrivare negli Stati Uniti, e questo è solo il numero di quelli scoperti”, ha detto l´arcivescovo di Boston, cardinale Sean O’Malley, nella sua omelia. “La frontiera è piena di tombe senza nome”, ha aggiunto, “e noi siamo qui per dire che non li abbiamo dimenticati”. “Il sistema è rotto, causa una grande sofferenza e un tremendo spreco di risorse umane e materiali”, ha affermato ancora il cardinale.
Le denunce di Padre Solalinde. Le parole dei vescovi americani riuniti a Nogales si aggiungono alle forti denunce che dal Messico viene facendo da oltre sei anni padre Alejandro Solalinde dal piccolo centro di Ixtepec (Oaxaca) dove ha creato il Rifugio “Fratelli nel cammino” per assistere i migranti centroamericani nel loro disperato transito verso gli Usa. Si parla di un vero olocausto per i migranti centroamericani senza documenti che sono sequestrati in gruppi, derubati e sottoposti ad ogni tipo di abusi da parte di bande criminali che spesso li tengono sotto minaccia fino a ottenere dai familiari il pagamento del riscatto. Molti vengono picchiati con metodi atroci mediante l’uso di speciali tavolette, altri vengono assassinati. In caso di morte, nessuno ne sa più niente; se sopravvivono, finiscono obbligati all’elemosina presso rifugi, ostelli e parrocchie cattoliche dove cercano assistenza. La Commissione nazionale per i diritti umani (Cndh), che documenta periodicamente tali angherie ai danni degli emigranti, ha registrato nel 2010 circa 12mila sequestri. Anche Amnesty International ha denunciato sequestri e violazioni, estorsioni, stragi, assassinii, scomparsa di persone, come pure la complicità delle autorità e l’indifferenza riscontrata ai diversi livelli del Governo Federale. È stata Amnesty International a menzionare nel suo rapporto del 2010 l’opera di padre Solalinde, l’infaticabile religioso di oltre sessant’anni che è solito dire: “Mi hanno insegnato che la Chiesa è pellegrina e che io stesso sono un migrante”. Il dramma è ancora più grave per i minorenni. Secondo quanto ha detto l’arcivescovo di Boston nel suo intervento a Nogales, “l’anno scorso circa 25mila bambini – a grande maggioranza di provenienza centroamericani – sono arrivati negli Stati Uniti senza la compagnia di un adulto, ciò significa che decine di migliaia di famiglie sono state separate a causa della politica di migrazione”.
I numeri che giungono dal Messico non sono più incoraggianti. Secondo i dati forniti dall’Istituto nazionale di migrazione, fino a settembre del 2013 i minorenni deportati dal Messico verso il Centroamerica erano 6.772 e uno ogni sei bambini aveva meno di 11 anni. Si tratta, infatti, del risultato più alto del decennio. I vescovi di Boston, Seattle, Tucson, Salt Lake City, El Paso, Las Cruces e Atlanta, riuniti a Nogales in occasione della messa celebrata in ricordo dei fratelli scomparsi alla frontiera hanno riconosciuto che a ispirare questa “Missione per i migranti” è stata la visita di Papa Francesco a Lampedusa nel mese di luglio dell’anno scorso. “La frontiera con il Messico è la nostra Lampedusa”, ha affermato l’arcivescovo di Boston. “Il Papa ci ha avvertito da Lampedusa sul pericolo della globalizzazione dell´indifferenza. Lui l’ha fatto nelle frontiere di Europa, guardando il mare, noi lo facciamo oggi guardando il deserto, ma il messaggio è lo stesso”, ha precisato. E quindi giusto ricordare che a Lampedusa Papa Francesco ha chiesto perdono “per l’indifferenza verso tanti fratelli e sorelle e anche per coloro che con le loro decisioni a livello mondiale hanno creato situazioni che conducono a questi drammi”.

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