Il Jobs Act spaventa l’Italia delle rendite

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Di Nicola Salvagnin
È il cosiddetto “principio D’Alema”: in Italia le cose di destra, le può fare solo la sinistra. E se si ascoltano le linee in cui si sta concretizzando il cosiddetto Jobs Act, ci si rende conto che si tratta di una serie di iniziative (legislative e non) che non sono certo patrimonio storico della sinistra – anzi! – ma che hanno il cappello del governo Renzi e un alfiere combattivo e fattivo qual è il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti. Che è un romagnolo tutto sinistra e cooperative, ma appunto romagnolo che viene dal mondo del lavoro: quindi concreto, terra-terra, poca ideologia e molto numeri e risultati. Uno che dice: “Non è con una legge che si cambia una cultura, non è con una norma che si inverte il corso della crisi se tutti noi, ciascun per sé, non facciamo la nostra parte, non ci prendiamo sulle spalle il nostro piccolo o grande carico di responsabilità”.
E giù botte verbali su “diritti acquisiti” che zavorrano i contratti collettivi (“300 pagine che regolano pure i tempi per la pipì, nessuna a dire che obiettivi si prefiggono le parti”) e il sistema previdenziale; giù sberle “ad una mentalità che vede lavoratore e imprenditore su fronti contrapposti, uno contro l’altro armati e non tutti e due sopra la stessa barca”; giù contumelie contro “quei principi che si nutrono più di bella astrattezza che di concretezza dei risultati, per cui s’è voluto in buona sostanza eliminare la precarietà del lavoro e si è ottenuto di eliminare il lavoro”.
Come ad esempio per la causale obbligatoria nei contratti a termine, con l’obbligo di distaccare un periodo di lavoro da un altro “per non generare sfruttamento”. Così in due anni è sparita la metà dei contratti a termine (da 700 a 350mila) e soprattutto il ruolo che hanno – certificato da studi e numeri – di essere il principale canale di stabilizzazione del posto di lavoro.
“Stiamo dentro al mondo reale!”, tuona spesso Poletti che il mondo reale lo conosce bene: il sistema cooperativo è dentro fino al collo a fatturati, mercati, concorrenza, vendite, assunzioni. Non viene dalle aule universitarie del giuslavorismo o dai centri studi sindacali, ma dalla prima linea. E dice: dobbiamo fare qualcosa piuttosto che il solito niente frutto di veti paralizzanti, situazioni particolari, rendite di posizione, un conservatorismo di fondo della società italiana che preferisce star ferma, e star male, piuttosto che provare a cambiare.
A chi non ha un lavoro dice: cercheremo di trovare 300 euro al mese per aiutarti, ma tu ti devi sentire in dovere di restituire alla società questo prestito, magari impegnandoti in opere di volontariato o a tutelare il bene collettivo; al giovane che guarda al mondo del lavoro propone di mescolare gli ultimi anni di studio con l’ingresso conoscitivo nelle aziende; al giovane che il lavoro non lo trova, di mettersi nelle mani delle nuove agenzie per l’impiego che avranno il dovere di proporgli quanto gira nel territorio, e non solo di raccogliere curricula da accatastare lì. E con qualcuno che controlli che questi inserimenti attivi siano qualcosa di europeo, e non di “nostrano”.
“L’Italia oggi ha bisogno di pensieri semplici e chiari, di snellire, di accorpare, di facilitare. Ma anche di pensare in grande per arrivare a qualcosa di grande”, spiega un Poletti che ha tantissima voglia di trasformare quell’azzeccato e familiare slogan “la coop sei tu” in: “L’Italia sei tu”. E quindi va bene il Jobs Act, va bene la deregulation sui contratti a termine, vanno bene le politiche attive di accompagnamento al lavoro, ma lo sforzo più grande lo deve fare una società che rischia di consegnare intere generazioni al nulla, approfondendo ancora più il solco tra i “vecchi” tutelati e pieni di diritti acquisiti, e i giovani “che fanno a botte per le briciole”.
Insomma Poletti pensa che sia più tempo di doveri da assumersi, che di diritti da richiedere. E, a ben pensare, fa chiudere alla sinistra un cerchio che aveva aperto cinquant’anni fa un giovane presidente americano quando disse: “Non chiedete allo Stato cosa può fare per voi, ma chiedetevi cosa potete fare voi per la collettività”. Fu applaudito, ma in Italia si fece esattamente il contrario.

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