La Chiesa a fianco dei marittimi

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Pesca - peschereccio
di Luigi Crimella
La crisi economica degli ultimi anni e la crescita della concorrenza a livello mondiale, in conseguenza della globalizzazione, ha toccato anche il settore del trasporto commerciale marittimo. Così, molti dei 30mila marittimi italiani addetti al settore cargo, specie delle regioni Campania e Sicilia, si sono trovati nella condizione di perdere il posto di lavoro o di vedersi ridotti gli imbarchi. Mercoledì 2 aprile ricorrenza liturgica di san Francesco di Paola, protettore dei marittimi, il direttore dell’Ufficio nazionale per l’apostolato del mare, don Natale Ioculano, spiega al Sir le cause di questa situazione e avanza alcune richieste.
Come stanno le cose nel campo del lavoro marittimo?
“Da qualche anno a questa parte si è aperta una pagina triste per tanti marittimi italiani che si son visti lasciati a casa, delusi e disperati. Complice la crisi ma soprattutto il favore di alcune leggi internazionali e lo scarso investimento dei governi italiani degli ultimi anni, si allunga anche in questo campo la lista dei posti di lavoro persi o ridotti. Tra l’altro, uno dei modi per dimettere i lavoratori, anche quelli con lunga anzianità di servizio, consiste nel sottoporli a un esame di lingua inglese, reso obbligatorio da normative internazionali. Coloro che non lo superano, possono venire dimessi. Ma che colpa ne hanno i più anziani, mi domando, se quando si imbarcarono non furono tenuti a sostenere una simile prova linguistica?”.
A chi vi volete segnalare, in particolare, questo problema così serio?
“Il nostro è anzitutto un appello al governo perché investa sui marittimi italiani, ma non solo. In occasione della festa del santo patrono portiamo la solidarietà della Chiesa italiana a tutti i marittimi, ma ci rivolgiamo anche a coloro che detengono il potere, perché si attivino per questo settore che è molto importante per l’economia”.
Concretamente cosa si potrebbe fare?
“Occorre guardare in profondità alle realtà coinvolte, alle legislazioni vigenti, che avendo una prospettiva internazionale consentono ad esempio agli armatori di assumere lavoratori di Paesi dove le paghe sono più basse, al posto dei nostri che guadagnano di più. Riteniamo che ci sia stata una disattenzione anche da parte dei governi che già in passato, nell’operare alcune riforme, quali l’accorpamento del Ministero della Marina Mercantile (legge n. 537 del 1993) e l’accorpamento della Direzione Generale per il trasporto marittimo con quella per vie d’acqua interne, non hanno tenuto in debito conto il mare come risorsa per l’Italia”.
Qual è la condizione tipica del lavoratore del mare? Quanto tempo passa a bordo? Quanto e quando può riposare stando con la famiglia?
“I lavoratori italiani sono agganciati al contratto europeo che prevede da un minimo di 4 a un massimo di 6 mesi di imbarco continuativo. Solitamente c’è almeno un mese di riposo tra un periodo lavorativo e l’altro, ma ciò dipende dal tipo di lavoro e di trasporto. Ad esempio le petroliere hanno regole diverse, anche con due mesi di riposo pagato. Mediamente a livello europeo si parla di 8 mesi di imbarco e 4 di riposo all’anno, pur con elasticità. I contratti asiatici, ad esempio, prevedono fino a 9 mesi consecutivi di imbarco, che possono arrivare a 12, e spesso i salari sono più bassi. Per quanto riguarda i compensi, in genere i lavoratori sono abbastanza soddisfatti. Si lamentano solo per la durata giornaliera del servizio che può essere molto lunga”.
Come può la Chiesa assistere sul piano religioso queste persone?
“La presenza dei cappellani nei porti è un aiuto. Crediamo molto nella vicinanza anche nelle parrocchie di provenienza alle loro famiglie. E poi c’è una sensibilità da costruire in tutte le diocesi. Mi pare che ultimamente si stia sviluppando. Il cuore della Chiesa ha bisogno di allargarsi anche verso queste realtà”.

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