Cosa insegna l’Ucraina all’Unione europea

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Ucraina manifestazione

di Thomas Jansen

L’unità dell’Europa cresce attraverso le sue crisi. Già la fondazione della Comunità europea del carbone e dell’acciaio, all’inizio degli anni ’50 del secolo scorso, avvio della politica d’integrazione, è stata una risposta agli sviluppi critici nel contesto internazionale (guerra di Corea) e alla minaccia del comunismo dall’interno e dall’esterno. Così gli europei compresero che se non volevano affondare, dovevano organizzare un’unità d’azione.
La crisi ancora non del tutto superata, che minaccia non solo l’unione monetaria ma anche la sopravvivenza della costruzione europea – che nel frattempo è cresciuta nel corso degli anni attraverso vari tentativi di riparare e stabilizzare il sistema dell’euro -, ha prodotto un avanzamento significativo dell’integrazione politica, finanziaria ed economica all’interno dell’Ue. Dal controllo dei bilanci nazionali da parte della Commissione, attraverso il rafforzamento del Patto di stabilità e crescita e l’introduzione del Fiscal compact, fino all’istituzione dell’Unione bancaria, passo dopo passo è stato messo in atto un trasferimento di competenze a livello di Unione. La sovranità degli Stati membri sarà sempre più concentrata a livello europeo.
La politica aggressiva delle autorità russe contro l’Ucraina, pone oggi l’Unione europea, le sue istituzioni e gli Stati membri di fronte a una nuova sfida, molto più pericolosa. Vladimir Putin, che con l’annessione della Crimea ha segnato un primo successo, si sente confermato e incoraggiato. Le preoccupazioni degli ucraini non sono infondate rispetto al fatto che anche altre parti del loro Paese, dove la popolazione russofona costituisce una forte minoranza o addirittura una maggioranza, potrebbe essere annessa alla Federazione allo stesso modo, cioè con una forte propaganda nazionalista e la provocazione della forza militare. Anche in altri Stati membri dell’Ue, specialmente Estonia, Lettonia e Lituania, ci si sente esistenzialmente minacciati dal metodo russo. Così la minaccia si rivolge contro tutti i popoli e le nazioni d’Europa, che sono animati dal desiderio di vivere in condizioni pacifiche e democratiche.
Ma l’Europa è condannata all’impotenza di fronte alla politica russa e alle sue continue violazioni del diritto internazionale? Le sanzioni, che l’Unione ha annunciato e che imporrà nel caso l’aggressione russa continui, sembra non impressionino Putin. Tuttavia, sono l’unica via percorribile, perché tengono le porte aperte al dialogo e a soluzioni diplomatiche. Una pressione attraverso un intervento militare è giustamente esclusa dagli stati democratici dell’Occidente. L’Unione europea è una “potenza civile”: questo non significa che essa non abbia bisogno di essere preparata a una missione militare anche nel caso d’immediata necessità di autodifesa.
Di fronte alla nuova minaccia, i leader degli Stati membri e l’Unione europea si sono finora dimostrati uniti e determinati, anche se le condizioni per una politica estera comune europea sono solo agli albori. Questa unità è fragile, poiché dipende dalle condizioni politiche interne e dagli stati d’animo nei vari Paesi aderenti. Manca la stabilità istituzionale. Nell’interesse della credibilità e della sostenibilità, una politica estera e di sicurezza europea è da sperare, e data la recente esperienza, ci si attende che gli approcci positivi esistenti siano ora sviluppati in modo sistematico e inclusi nelle leggi costituzionali dell’Unione europea.
Si tratta prima di tutto del rapido sviluppo del servizio diplomatico dell’Unione introdotto con il Trattato di Lisbona (in vigore dalla fine del 2009); deve essere dotato di personale e di strumenti che gli consentano di riunire i risultati e le esperienze degli Stati membri e avanzare proposte per una coerente politica comune che sia accolta dal Consiglio europeo come base per le proprie decisioni. Inoltre, la politica estera e di sicurezza europea dovrà essere esentata dalla regola dell’unanimità tra i governi nazionali: le decisioni dovrebbero essere adottate a maggioranza, sulla base di una proposta preparata sotto l’autorità dell'”Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune”, proprio nell’interesse generale dell’Ue.
Solo le proposte di un’istanza comunitaria ed europea portano a decisioni in cui tutti i partecipanti possono riconoscersi. Lo dimostrano i percorsi legislativi europei utilizzati con successo da molti anni, in cui la Commissione esercita il diritto di proposta. Tale diritto di proposta su questioni di politica estera è di competenza dell’Alto rappresentante (Catherine Ashton al momento), che è anche vice presidente della Commissione europea e detiene la presidenza del Consiglio dei ministri degli esteri.
I sondaggi mostrano che la maggioranza dei cittadini d’Europa (secondo il recente Eurobarometro sono il 63%) vorrebbe una politica estera comune tra i 28 Stati membri. Il consenso, se la crisi di Crimea dovesse peggiorare, è destinato ad aumentare. I governi non dovrebbero dunque esitare a creare una base istituzionale solida per procedere in questa direzione.

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