Università del perdono dove si impara ad amare il futuro

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TestaDi Giovanni Pasqualin Traversa

Il perdono è anzitutto un regalo che si fa a se stessi, è un riprendere in mano la propria vita. Da una parte la fissità, l’ordine immutabile del rancore e dell’odio. Dall’altra l’apertura, il movimento verso il futuro, la trasformazione, la guarigione. A ben guardare è una scelta lungimirante. Padre Gianfranco Testa, missionario della Consolata, usa un linguaggio semplice e immediato e lo definisce “un bel guadagno”. Per “insegnarlo” ha fondato a Torino “L’Università del perdono” (www.universitadelperdono.org), un’associazione onlus, senza fini di lucro, apolitica e aconfessionale, che intende promuovere uno stile di vita improntato al perdono e alla nonviolenza attiva perché, spiega al Sir, “con il rancore tutto è finito, con il perdono inizia il nuovo”, e “il Vangelo del perdono è possibile per tutti, anche per i non credenti. Il perdono è fatica, tentativo, ma anche coraggio e felicità”.

Lettura, riflessione, gioco. “L’idea non è mia; l’abbiamo ‘copiata’ da un’intuizione del vescovo di Rimini, monsignor Francesco Lambiasi”, precisa subito il religioso. La prima “Università del perdono” è infatti nata nel 2012 a Rimini per volontà del presule, presso la “Casa Madre del Perdono” dell’associazione Papa Giovanni XXIII. Padre Testa l’ha replicata sette mesi fa a Torino. La proposta consiste nell’organizzazione d’incontri di studio e approfondimento del perdono e della riconciliazione sul piano psicologico, pedagogico, sociologico, religioso ed economico presso parrocchie, associazioni e scuole. “Non attraverso teorie o lezioni in cattedra – chiarisce – bensì tramite letture, riflessioni, dibattiti, rappresentazioni spontanee e giochi”. Un percorso “laico” perché, “anche se nel cuore di ognuno di noi c’è la presenza del Dio paziente e compassionevole, quel Dna che Lui stesso ci ha impresso, il nostro discorso non può essere proposto in termini troppo ‘cristiani’ se vuole raggiungere tutti”. Ad oggi sono circa 250 le persone che hanno preso parte all’iniziativa, tra studenti di scuola superiore e adulti, nel capoluogo e in tutta la regione.

Guarire le ferite. Questo progetto di “pedagogia del perdono” affonda le radici nel vissuto di padre Testa, già missionario in Argentina dove il suo impegno per la giustizia e i diritti delle persone lo porta a scontare, con l’accusa di sovversione, quattro anni e otto mesi di carcere; successivamente missionario in Nicaragua e per 17 anni in Colombia. Il religioso, dal 2009 di nuovo in Italia, ripercorre con il pensiero quel periodo in cui decide di “sporcarsi le mani in mezzo alla gente comune che soffre” e fonda, insieme ad altri sacerdoti, insegnanti, avvocati, psicologi e contadini, le prime “Espere” (Escuelas de Perdón y Reconciliación) latinoamericane in cui sperimentare contenuti, metodo e pratica del perdono come via e mezzo di guarigione delle proprie ferite personali e, laddove possibile, di riconciliazione sociale. “Il gesto del perdonare – spiega – non chiede di dimenticare o di seppellire, ma di affrontare con decisione il proprio passato per cambiare il futuro”. Nel suo impegno torinese padre Testa è affiancato da un’équipe di cui fanno parte anche un educatore, un criminologo, uno psicologo e un esperto di cooperazione internazionale.

Capacità di futuro. “L’iniziativa mi pare stia funzionando, almeno nei risultati immediati di deporre un seme nel cuore delle persone”, afferma il fondatore tracciando un primo e provvisorio bilancio del poco più che neonato progetto, che consiste in tre incontri sul perdono e due sulla riconciliazione, di quattro ore ciascuno per un totale di venti ore. Il sogno del missionario è aiutare a curare le ferite di chi è vittima del circuito vizioso offesa-dolore-risentimento-odio-desiderio di vendetta. Senza mettere fretta: “Può essere necessario anche molto tempo, ma poi si riesce e recuperare il senso della vita, la capacità di generare relazioni e coltivare sogni”. Sembra facile: che cosa dire a una ragazza che ha subito violenza? “Occorre avvicinarla con delicatezza per aiutarla a superare la paura e la rabbia, farle capire con tenerezza che è degna di essere amata e capace di amare, comunicarle ragioni di vita, di speranza, capacità di sognare, di futuro, di ricostruzione di sé”.

Un’opportunità molto più grande. Padre Testa ricorda l’incontro in Albania con un musulmano desideroso di vendicare “secondo i canoni della cultura locale, non certo della legge”, l’omicidio del padre con l’uccisione dell’assassino. “Non avrebbe avuto senso parlargli del perdono secondo la nostra concezione cristiana e allora lo ho fatto riflettere sulle conseguenze del suo atto nei confronti dei figli, ancora bambini, probabilmente orgogliosi del gesto di lavare l’onta nel sangue, ma infelici per la lontananza dal padre in carcere”. Meglio la soddisfazione dell’orgoglio o la gioia di una famiglia unita? “Uccidere è sempre una cosa brutta”, l’ammissione dell’uomo. “Spero che veda la felicità della sua famiglia come un’opportunità molto più grande”, conclude il missionario che dopo Pasqua andrà in Albania per incontrare un gruppo di ragazzi musulmani.

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