Le donne italiane non sanno più partorire? Risposte “scorrette”

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Le donne italiane non sanno più partorire? È la provocatoria domanda che accompagna l’articolo del Corriere della Sera online dedicato all’uso sproporzionato, tutto italiano, del parto cesareo. I dati contenuti nelle Linee guida a cura del ministero della Salute e dell’Istituto Superiore di Sanità sono impietosi: il 38% di tutti i parti in Italia è chirurgico. Questo ci regala un poco onorevole primato in Europa e, nella classifica mondiale, la condivisione della vetta con Messico e Brasile. I fattori che determinano l’abuso di una pratica che andrebbe riservata solo alle emergenze sono molteplici: dalla medicalizzazione della gravidanza alla sempre più alta età delle mamme, passando per l’immancabile sospetto lucrativo. In Italia, infatti, si rimborsano più parti cesarei che elettrocardiogrammi. Ma si può tornare al parto naturale solo per motivi di spending review? O piuttosto è il caso di indagare ragioni più profonde? Il nostro contributo al dibattito chiama in causa voci diverse, per raccontare come e perché un fatto naturale da milioni di anni sia oggi divenuto un evento così pericoloso da necessitare un intervento chirurgico in quasi un caso su tre.
La gravidanza non è una malattia. “Credo vi sia una responsabilità molto grossa dei medici che hanno medicalizzato tutto il percorso della gravidanza” sottolinea Paola Tavella, giornalista, femminista e autrice con Alessandra Di Pietro, del libro “Madri selvagge. La tecno rapina del corpo femminile”. “Le cose sono andate in direzione opposta a quella che noi avevamo auspicato: un futuro in cui le donne si sarebbero riappropriate della nascita e del momento del parto”. “La sovramedicalizzazione della gravidanza porta le donne ad avere molte paure e le attese non sono più dolci” racconta Emanuela Lulli, ginecologa, “Dall’inizio della gravidanza e per i primi tre mesi, la futura mamma si sente ‘tra color che sono sospesi’, perché prima di poter ammettere che quello che cresce in lei è figlio aspetta di aver fatto tutti gli screening del caso”. “Parlerei di ‘tecnologizzazione’ della gravidanza, per cui si attribuisce alla tecnologia il potere di stare bene e di far andare tutto bene” spiega lo psichiatra Tonino Cantelmi: “C’è un affidamento totale alla scienza e, per esempio, si fanno troppe ecografie del tutto inutili”.
La paura del “dolore buono”. I dolori del parto sono spesso associati a una sofferenza punitiva che non è giusto scontare, ma, dice la Tavella, questa non è un’interpretazione corretta: “Ogni donna deve essere libera di scegliere, ma il dolore del parto ha una sua funzione. Da un lato è diverso da ogni altro perché è l’unico che è immediatamente associato a un’immensa gioia. Dall’altro consuma, sublima e segna una separazione come nessun’altra: quella di una madre dal figlio che ha portato in grembo per nove mesi”. “Per quanto riguarda l’accesso all’epidurale l’Italia è molto indietro rispetto ad altri Paesi”, ricorda Cantelmi, “e la paura delle donne, madri sempre più tardi, si somma al timore dei medici di una rivalsa legale se qualcosa va storto”. Per la Lulli è anche un problema di tabù culturali: “Le donne arrivano impreparate a un evento che non conoscono, perché oggi, rispetto a un tempo, non si vede più né nascere né morire: non sanno che cosa le aspetterà e sono spaventate”.
Riumanizzare la nascita. A fronte dell’abuso dei cesarei, Cantelmi ribadisce il problema dell’apprensione: “Il 50% delle coppie con figli ha un unico figlio: molto pensato e arrivato molto tardi. È ovvio che tutto ciò che lo riguarda debba essere perfetto e sotto controllo, soprattutto il parto”. “Il parto naturale può essere una bellissima esperienza perché ti insegna a lasciarti andare quando non puoi combattere, ma bisogna riprendersi il senso dell’attesa”, chiosa Tavella, “ho conosciuto tempi dove c’era tempo, dove le donne e le ostetriche sceglievano insieme un’altra strada”. “Il cesareo non è da demonizzare”, conclude Lulli, “perché è strumento elettivo in situazioni difficili, ma oggi il parto è diventato una catena di montaggio, un momento di liberazione da cui uscire prima possibile: bisogna riumanizzare gravidanza e nascita”.

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