L’Italia è un Paese “a colori” e la sfida dell’integrazione passa per famiglia e scuola

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Di Giovanna Pasqualin Traversa

Oggi l’Italia è un Paese “a colori” e la sfida dell’integrazione passa per la famiglia e la scuola. Nei confronti degli immigrati, gli italiani sono aperti e accoglienti, anche se non mancano pregiudizi e diffidenze, per lo più legati alle rappresentazioni “distorte” che ne fanno i media. Non più rinviabile la nuova legge sulla cittadinanza, ma occorre superare la contrapposizione ideologica tra ius sanguinis e ius soli; urgente lo snellimento delle procedure per il ricongiungimento familiare. Questi, in sintesi, gli spunti emersi dall’incontro di presentazione, ieri pomeriggio al Senato, del Rapporto Cisf 2014, “Le famiglie di fronte alle sfide dell’immigrazione”. Per la prima volta il Rapporto elaborato dal Centro internazionale studi famiglia in collaborazione con la Caritas ha raccolto le opinioni di 4mila famiglie, descrivendo atteggiamenti, paure e rappresentazioni del fenomeno migratorio.
Famiglia e scuola. Non ha dubbi il sociologo bolognese Pier Paolo Donati: la famiglia, con la sua capacità di “tradurre” i valori e i modi “di una cultura in un’altra cultura, è l’unico soggetto in grado di andare oltre l’individualismo istituzionalizzato e il multiculturalismo comunitarista”, ma occorrono “seri programmi di sostegno ai progetti migratori”, che non sono uguali per tutte le famiglie. “Ignorare in questi anni la presenza delle famiglie ci ha fatto interpretare in modo parziale e distorto il fenomeno” dell’immigrazione, avverte don Antonio Sciortino, direttore di “Famiglia cristiana” e presidente Cisf. “Oggi l’Italia è di fatto un Paese multietnico e multireligioso; bisogna governare l’immigrazione con umanità, civiltà e nel rispetto delle leggi, in modo da trasformare una ‘scomodità’ in risorsa di cui oggi il Paese non può più fare a meno”. Per Francesco Belletti, direttore Cisf, “la costruzione di una società capace di pluralismo relazionale chiama in causa in primo luogo le famiglie”, e la presenza dei “figli di immigrati nel sistema scolastico è una grande opportunità di integrazione”. Concorda il presidente del Senato, Pietro Grasso, che nel corso del pomeriggio ha rivolto un saluto ai partecipanti e ha sottolineato l’urgenza di “pensare ad un nuovo percorso di cittadinanza”.
Cittadinanza e ricongiungimenti. Per Pietro Boffi, responsabile Centro documentazione Cisf, la vita all’interno di un contesto familiare contribuisce alla “‘normalizzazione’ dell’insediamento di persone di origine immigrata”. “Gli immigrati – spiega – diventano vicini di casa, genitori dei compagni di scuola dei figli, fruitori degli stessi spazi urbani”. L’integrazione comincia da qui, ma la “composizione” della famiglia avviene attraverso il delicato processo di ricongiungimento, che per il giurista Ennio Codini (Università cattolica) dovrebbe essere “celere, razionale e assistito”. Dal 2007 al 2012 i ricongiungimenti familiari sono passati da 86.468 a 116.891, ma “due o tre anni – afferma Codini – sono troppi”, come “sono eccessivi gli standard di vita richiesti” agli immigrati, e l’assistenza fornita durante il percorso “non è adeguata”. Ritorna il leit-motiv della cittadinanza che oggi riguarda 650mila bambini nati in Italia: “Si parla di ius soli, ma è un ragionare in termini individualistici”, dice Codini. Preferibile, “come avviene in molti Paesi europei, concedere la cittadinanza ai genitori che la trasmetteranno automaticamente ai figli”. “Ius sanguinis e ius soli – incalza Donati – sono termini vecchi, superati. Oggi la cittadinanza standard non esiste più e il suo stesso concetto è da ridefinire riconoscendo anche la possibilità di figure intermedie”.
Risorsa per la Chiesa e il Paese. Monsignor Giancarlo Perego, direttore generale “Fondazione Migrantes”, parla di famiglia immigrata come “risorsa per la Chiesa e per il Paese”, mette in guardia dalle semplificazioni e indica, tra le sue “fatiche” lo “sposarsi” e la maternità. Su 105mila interruzioni di gravidanza, 40mila riguardano donne migranti. “Che cosa si fa – chiede – per tutelare la vita in queste famiglie?”. Oliviero Forti, responsabile Ufficio immigrazione Caritas, si sofferma sulla questione dei richiedenti asilo, rammenta le “accuse incrociate tra Italia e Paesi del nord Europa” e sostiene che le politiche in materia “dovrebbero ispirarsi alla solidarietà fra Stati membri richiamata dall’art. 2 della Costituzione europea”. “Siamo incapaci – afferma – di strutturare un sistema di accoglienza credibile”. Di qui l’esempio della sperimentazione innovativa di rifugiati accolti presso famiglie residenti in Italia, “Rifugiato a casa mia”, attivata nel 2012 da Caritas italiana – finora 40 tra richiedenti asilo o rifugiati – “replicabile in altri contesti come micro forma di accoglienza integrata”.

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