La vita è bella dal finestrino della roulotte

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Print this page
roulotte
Giuseppe Del Signore e Fabio Mandato

Una piccola roulotte per chi ci abita diventa reggia. Perché c’è tutto quello con cui si può vivere dignitosamente o semplicemente tutto ciò di cui si impara a fare necessità. Un letto, con tanto di coperte e piumoni (pesanti, fa ancora freddo), le mensole con oggetti e utensili, medicinali e quant’altro; il cucinino, due fornelli, la bombola (con la valvola di sicurezza), i vani per riporre caffè, zucchero, qualche chilo di pasta. La luce? Basta la candela. E poi l’arte. Un motto, inciso sul soffitto della “casa”: “l’arte non ferisce mai”. “È una frase di Oscar Wilde” ricorda con entusiasmo Ruggero. Ha 68 anni, da cinque vive in una roulotte nei pressi del Gianicolo e davanti a un caffè molto dolce racconta la sua storia.

Una storia. Mentre parla prepara la caffettiera, che come lui sembra averne viste tante, versa l’acqua da una piccola damigiana di vetro custodita accanto al letto, accende il fornello con gesti consumati dall’abitudine, sorride e scherza tranquillo. “Ho scoperto – dice – di avere dentro di me un sacco di cose che non conoscevo perché ero preso da tante distrazioni”. Fa una pausa, guarda la chitarra attaccata tra la doccia e l’armadietto. “Ora suono la chitarra, strimpello un po’ con la mia voce monocorde. Sono scanzonato. Ero sposato, con due figli, mi sono separato nel 1987 e sono andato un po’ in giro per l’Italia per vincere la tristezza della separazione, per superare questi problemi di cui ero la causa. Io facevo il carrozziere, soldi ne ho guadagnati, con mia moglie stavamo sulla Ostiense a Piramide, i carrozzieri mi chiamavano e mi davano un tanto a macchina”. Dopo non più. Smarritosi per un’amante e dei soldi presi a strozzo, Ruggero ha girato per più di un anno: Bolzano, dove dopo aver riparato una macchina si vide offrire un posto di lavoro – “ma dissi di no. Ero in un momento in cui potevo fare qualche guaio” – quindi Milano e poi, di stazione in stazione, Genova, Bologna, Urbino, “la città di Raffaello, tutta elicoidale”.
Vita da artista. L’arte, ancora. Una scelta di vita, perché anche la vita a viverla bisogna essere un po’ artisti. E Ruggero, che lo ha capito, lo ha scritto sul “cielo” che lo protegge ogni notte, ogni giorno. Una parafrasi di Wilde, mica nessuno. Quello di Dorian Gray, del ritratto. E Ruggero di ritratti se ne intende. Vicino allo specchio spiovente ne ha tanti. Una “primavera” apposta sulla roulotte, i suoi disegni. Perché è un artista vero. E disegna “Amore e Psiche”, “Charlot”, un sassofonista (vagamente somigliante a Michael Jackson), se stesso. Lui stesso, Ruggero, capello brizzolato ben ordinato, sguardo piacente. Indossa camicia e maglioncino, scelti per l’occasione. È un bell’uomo, non c’è che dire, di quelli che hanno da raccontarti tanto. “Wilde ha ragione – afferma – l’arte non è che fa le guerre o è invidiosa. Non fa male all’essere umano, è una questione d’animo”. E attraverso un disegno donato, come quelli che lui regala a volontari e ospiti, si apre agli altri. L’arte proviene dal cuore, come i sentimenti, come il desiderio di affrontare la vita e la giornata col sorriso sulle labbra. Magari dopo una notte spesa a disegnare, chino sul foglio, a lume di candela, nel silenzio della roulotte, perché tanto “dormire non è che dormo tanto”. Meglio dedicarsi alla gioia del disegnare, che racconta tanto di lui. “Uso una matita particolare – spiega – è azzurra, con le righe rosse, la impugno un po’ obliqua, per dare il tratto come piace a me”.
La morte e gli altri. Ruggero è sereno, sente di aver fatto la sua strada e non ha altro da chiedere alla vita. “Cosa mi devo aspettare dal futuro? È rimasta solo una fermata. Eccola qui – prende un teschio colorato acquistato per 4 euro a una bancarella – e c’è pure la clessidra, quando sarà il momento la rovesciamo, cinque minuti e andiamo”. Continua a sorridere anche mentre fissa le orbite vuote del cranio variopinto. Eppure c’è un cruccio che lo prende e lo riporta di continuo come la risacca un osso di seppia a quel 1987, alla separazione dalla moglie. “Mia moglie – non la nomina – è morta nel 2003. Mi sento in colpa per la sua morte, penso che se non ci fossimo separati forse sarebbe viva. In sedici anni, sola, una muore giorno dopo giorno, lentamente. L’eredità andava tutta a me, non eravamo divorziati, ma non ho voluto niente e ho lasciato ogni cosa ai miei figli. Il più grande mi ha detto ‘chi te lo fa fare?’, io gli ho risposto ‘cosa mi interessa dei soldi? A me interessava che tua madre campasse. È rimasto sorpreso, dal funerale non li ho più visti, né lui né il piccolo. A me va bene così”. Perché Ruggero, “semplice carrozziere” che cita miti greci, Trilussa, Metastasio, ha capito che la vita è il vero artista, con i suoi chiaroscuri, il suo minuto simbolismo, la sua incompiutezza. E a un certo punto non resta che ammirarla. Da una roulotte all’ombra del Gianicolo.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *