No al suicidio dell’umanesimo

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“Se l’Occidente vuole corrompere l’umanesimo, sarà l’umanesimo che si allontanerà dall’Occidente e troverà altri lidi meno ideologi e più sensati”. Non c’è astio nella diagnosi del cardinale Angelo Bagnasco al Consiglio episcopale permanente, quanto un rammarico profondo. Perché si può anche ragionevolmente accettare che l’Occidente non sia più il centro del mondo, perché “il Sud della Terra preme alla tavola della giustizia e della dignità”, ma non ci si può rassegnare al suicidio dell’umanesimo. Quella visione del mondo a cui il Vangelo ha fornito oceani di sapienza e di prassi, ha suggerito modelli antropologici e schemi relazionali, ha portato soccorso nell’educazione e nella legislazione, ha ispirato leggi incentrate sulla persona umana, ha dettato le linee fondamentali per le Grandi Carte internazionali.
Difficile non ricordare il monito dei nostri Papi sull’Europa e sugli europei che hanno in odio se stessi e non sanno intravvedere le responsabilità connesse alle proprie radici. Anzi, ora forse le ragioni della Chiesa si colgono ancor più nella loro drammaticità, dinanzi a un’Europa pesantemente afflitta da una mancanza di visione e che spera con la tecnocrazia contabile di risolvere drammi sociali e sperequazioni insostenibili. Quando, invece, dovrebbe saper ritrovare dentro di sé le ragioni di una missione universale. Per i propri popoli, ma anche per chi vive al di fuori delle mura erette dall’Unione europea. Perché quel mondo grande che ci guarda ha dalla propria parte, in moltissime occasioni e circostanze, la forza del Vangelo. Che, come ci ricorda impietosamente il cardinale, “è per tutti, ma non è incatenato a nessuno, è storico e metastorico”. E se l’Europa una volta cristiana, nel “corrompere l’umanesimo” ne tradisce e svilisce le radici cristiane, chi siamo noi per giudicare il vento che soffia dal Sud del mondo? Un vento di rinnovamento e di fiducia che soffia dappertutto, nelle stanze della geopolitica, ma anche in un modo del tutto particolare, nella Chiesa di Papa Francesco?
Aggiunge infatti il cardinale, quasi a voler rendere ancor più efficace la sua analisi: “L’erosione sistematica dell’impianto culturale e umanistico, usando come grimaldello l’impazzimento dell’individuo con le sue pretese solipsiste, è forma triste di quella miseria morale e spirituale che il Santo Padre indica come meta dell’amore di Cristo e della Chiesa”. Da qui l’invito, che vale per i pastori come per tutti i credenti, a non chiudere gli occhi: “Sarebbe far finta di non vedere, come fece il levita sulla via di Gerico”.
Allora come rispondere a questo invito? Ai laici credenti il cardinale suggerisce di ribellarsi al ritorno delle ideologie che si presentano con “vesti diverse, ma con la medesima logica e arroganza”. Sono quelle ideologie – sono parole nostre – che hanno vestito i panni del politicamente corretto, e vogliono dettare la nuova agenda antropologica, nell’illusione mai accantonata di costruire l’uomo nuovo. Che pensa di poter mettere in fuori gioco la famiglia (dopo averla disprezzata e maltrattata), di poter convertire il mondo alla cultura del gender (alla faccia della responsabilità educativa dei genitori), di poter rispondere in chiave iperindividualista (e quindi sulla pelle dei poveri) ai bisogni e ai desideri di ciascuno. L’utopia è servita. Ai cristiani non la condanna, ma l’esercizio del discernimento e la pratica della misericordia. Convertendo “l’io” in un “noi” e il “mio” in un “nostro”. Difficile? Quando mai il Vangelo è stato facile?

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