Costi standard per tutti a livello pubblico

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Di Luigi Crimella

Una modesta proposta a politici e legislatori per dare un certo “ordine” alle questioni economiche e finanziarie del Paese, oltre che per restituire all’opinione pubblica una giusta percezione dei livelli di responsabilità di esponenti politici, amministratori e funzionari pubblici.
La proposta fa perno su un dato che certamente in Italia manca: la semplicità. Per capirci: si parla di Regioni e Comuni in dissesto per spese al di fuori di ogni limite di ragionevolezza. Spesso si cita la possibilità di adottare lo strumento dei “costi standard” per i livelli di spesa della sanità regionale.
Si diceva: se una siringa nelle regione X, quella meglio gestita, costa 1 euro, non si vede perché nella regione Y, la peggio gestita, debba costare 5 o 10 euro. Quindi, una volta individuati i parametri di fondo per i “costi standard” non solo delle aziende sanitarie, ma dei Comuni, delle Regioni, degli altri enti pubblici, sarebbe sufficiente chiedere e/o pretendere una ferrea gestione che si rifaccia a tali costi.
L’obiezione più comune è che alcune realtà sono “diverse” dalle altre, ad esempio la città di Roma che è anche la capitale del Paese, e deve sopportare un carico umano straordinario sia per la presenza del Vaticano, sia per essere teatro di alcune centinaia di manifestazioni nazionali ogni anno. Ebbene, a questa obiezione, Governo e Parlamento dovrebbero rispondere con una percentuale secca, e nota in anticipo a tutti gli amministratori capitolini, di conferimento in surplus per pagare il fattore-capitale. Dopo di che: stop a ogni leggerezza amministrativa e contabile, stop a ogni possibile “deroga” futura. Da lì non si sgarra, nessuno può più invocare il salvataggio da parte dello Stato, come ha fatto con toni da tutti giudicati sopra le righe il sindaco Marino. “Altrimenti – ha detto – blocco la città”. Non si blocca un bel niente! Si sta ai patti, si fanno economie, si taglia e basta.
La stessa fermezza andrebbe applicata per i livelli di stipendi ed emolumenti dei politici e funzionari pubblici di ogni genere. Il legislatore dovrebbe mettere mano a quella vera e propria selva di scatti, livelli, “agganci” vari di parlamentari che si allineano ai giudici di Cassazione e dei giudici che si allineano ai ministri ecc. Qui appare molto più semplice, e niente affatto semplicistico. Se negli Stati Uniti vige il principio “Nessuno può guadagnare nello Stato più del Presidente (Obama)”, non si capisce perché anche da noi un’analoga riforma non possa fissare tali paletti in modo semplice e chiaro: “tot” al presidente della Repubblica, tot al primo ministro, tot ai ministri, tot ai parlamentari, tot ai giudici di Cassazione e – a scendere – con livelli molto semplici e lineari – tot ai semplici parlamentari, consiglieri regionali, sindaci, consiglieri comunali ecc. Lo stesso per i vari gradi di ambasciatori, generali, dirigenti di società pubbliche, municipalizzate ecc. Si dovrebbe individuare una gerarchia di emolumenti comprensibile da tutti: si parte da un massimo, poniamo, di 30mila euro netti al mese al Presidente; si scende ai 25mila per il capo del governo, a 20mila per i ministri, a 15 per i parlamentari, a 10 per le regioni, a 5 per i sindaci, e così via. Potrebbe sembrare una manovra complessa, ma a ben vedere non lo è affatto: i nostri concittadini sono stufi di assistere a balletti senza fine, in cui si taglia per tutti ma non per i soliti noti. È ragionevole la richiesta di chiarezza sulla “gerarchia pubblica”, accompagnata peraltro da una altrettanto chiara assunzione di responsabilità in capo a ciascuna figura. Il tutto senza ghirigori e sotterfugi di vario tipo per arrotondare e aumentare le prebende. È così difficile fare una riforma del genere? Oppure dobbiamo scoprire fatti abnormi come l’assunzione da parte del Comune di Roma di una ventina di avvocati con stipendi da circa 300mila euro l’anno, cioè una volta e mezza in più di Obama?

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