Università italiane Reputazione zero?

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Nel linguaggio popolare, ormai considerato atavico, un tempo si diceva a un giovane: ricordati che la “buona reputazione” è tutto nella vita! Difendila! Proteggila! Aumentala! Consigli che quasi oggi non si danno più, perché i genitori e gli anziani in genere sembrano quasi timorosi di apparire paternalisti verso le nuove generazioni. E invece la “reputazione” non solo non è tramontata, ma anzi assume quasi un valore paradigmatico su scala globale, quando applicata – ad esempio – alle università.È fresca di oggi la diffusione dell’indice “World Reputation Rankings”, curato da Thompson Reuters come spin-off e variante “di opinione”, del più noto “Times Higher Education Ranking” tra le principali università del mondo. Ebbene, ancora una volta con tristezza bisogna constatare che tra le prime 100 accademie per “reputazione” mondiale, non solo non ce ne è nessuna italiana, ma ce ne sono davvero poche europee, e quasi tutti di Gran Bretagna (7 tra le prime 50, Cambridge, Oxford, Imperial College, London School of Economics e così via), Svizzera (Eth di Zurigo al 16° posto), Olanda (Delft Tech. al 42°), Germania (Ludwig-Maximilians-Universitat al 46°). Il dominio assoluto è delle università statunitensi: Harvard, Mit, Stanford, Berkeley, Princeton, Yale, e via dicendo, sono ai primi posti. Gli americani fanno man bassa con una ventina di atenei tra i primi 50. Si affacciano le università cinesi e giapponesi, Singapore, Corea, Canada, Hong Kong, Australia.Interessanti i criteri del sondaggio sulla “reputazione”: è stato chiesto a ben 10536 docenti e studiosi di primaria fama mondiale dove manderebbero a studiare e specializzarsi i loro migliori studenti, e perché. Le risposte dovevano essere al massimo 15 nei settori di scienze economiche e sociali, ingegneria e tecnologie, materie umanistiche, chimiche e sanitarie, scienze della terra. Curioso il fatto che i “risponditori” siano stati per il 25% del Nord America, per il 19% europei, il 13% dell’Asia. Dall’Europa del sud soltanto il 5%. E forse qui sta il “trucco”. Perché, è noto che l’Italia vanta non solo la più antica università del mondo, quella di Bologna, che ha oltre 500 anni, ma primarie università pubbliche e private, stimate a livello globale: basti pensare a certi Politecnici (Milano e Torino), alla Bocconi, Cattolica, alla “Normale” di Pisa. E invece, per “reputazione”, zero! Allora ci chiediamo: l’Italia sa “vendere” i propri prodotti intellettuali? Perché non abbiamo uno scatto di orgoglio per “quotare” nella borsa mondiale delle intelligenze i nostri atenei? Come mai non riusciamo ad essere attrattivi di capitali ed intelligenze, come invece sanno esserlo le università americane ed inglesi, che ci “soffiano” i migliori nostri laureati, li coccolano, offrono loro dottorati di ricerca strapagandoli e tenendoseli poi come ricercatori a contratto?
Sono domande che giriamo al Governo, al Ministro della università, ma anche al mondo della cultura. Ci vuole uno scatto di orgoglio!

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