Dai 35 atleti italiani alle Paralimpiadi testimonianza vincente

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SandrinoDi Massimo Lavena
Superati i rischi di un possibile boicottaggio internazionale per i fatti d’Ucraina, le Paralimpiadi di Sochi 2014 prendono il via domani, 7 marzo. È prevista la partecipazione di 750 atleti di una cinquantina di Paesi legati al Comitato internazionale paralimpico. Cinque gli sport in gara, con la prima assoluta dello snowboard oltre all’hockey su ghiaccio, il curling in carrozzina, e le varie categorie di sci alpino, sci di fondo e biathlon. La rappresentativa italiana, composta da 35 atleti ha i suoi alfieri nella campionessa paralimpica uscente Francesca Porcellato e nei plurimedagliati Enzo Masiello e Melania Corradini: atleti che porteranno a Sochi una testimonianza vincente, di cui abbiamo parlato con Sandrino Porru, vicepresidente vicario del Comitato italiano paralimpico (Cip).
Quali sono le attese del mondo paralimpico per Sochi 2014? 
“Sono prospettive importanti. Che ci sia la consapevolezza di un grande risultato è sicuramente un fatto eccezionale. Lo dimostra anche il fatto che per la prima volta abbiamo la Rai a sostenere l’evento in maniera importante: l’azienda radiotelevisiva italiana avendo visto l’impatto mediatico delle passate edizioni, e anche con i giochi estivi di Londra, a Sochi ha voluto l’esclusiva. Ci permette così di entrare in chiaro nella casa di tutti gli italiani e in quelle di tutto il mondo. Sarà un impatto grandioso, e finalmente avremo dei commenti di normalità sportiva, con la disabilità che scompare davanti a quella che è l’abilità degli atleti. Abbiamo aspettative importanti che ci rendono orgogliosi”.

Quali le valutazioni del movimento paralimpico italiano dopo Londra 2012? 

“A Londra è nato un qualcosa derivato dalla passione, dal cuore, dall’emozione che vivevi all’interno degli stadi: toccavi con mano il calore della gente, nell’incitare tutti gli atleti al di là del campanilismo patriottico c’era una spinta importante. Per persone come me, per il presidente del Cip, Luca Pancalli, che rappresenta il nostro movimento, per noi che abbiamo iniziato la nostra esperienza nello sport paralimpico partendo dagli albori nei quali chi ci vedeva far sport pareva vedesse degli extraterrestri, Londra ci ha fatto veramente vedere compiuta la nostra missione, la disabilità scompariva totalmente, ed era l’abilità che regnava all’interno degli stadi e s’incitava l’espressione del gesto atletico e il risultato, condito dalla passione vissuta con fair play. Londra è un sogno ed una realtà che cerchiamo di portare tutti i giorni anche nella nostra quotidianità”.

Molti commentatori hanno quasi auspicato un boicottaggio delle Olimpiadi e Paralimpiadi di Sochi, a causa della crisi in Ucraina. Qual è il segnale delle Paralimpiadi in questo momento? 
“Il messaggio fondamentale del paralimpismo è quello dell’esaltare le capacità di ogni persona non nei confini del proprio ego. È un messaggio distensivo, per far riflettere chi sta nella stanza dei bottoni: il prevaricare gli altri è sempre una sconfitta, non si offre la possibilità all’altro di esprimersi. Io credo che queste Paralimpiadi arrivino proprio a fagiolo, e spero che possano esprimere quel messaggio di pace, solidarietà, quel fermarsi un attimo ad aiutare chi arranca per darsi una mano: la nostra crescita è sempre legata a quella di chi ci sta accanto”.

Quanto alla testimonianza dei campioni paralimpici è sprone per la società italiana in questo momento di difficoltà estrema? 

“Il messaggio di una Francesca Porcellato, di un Enzo Masiello, che hanno vinto medaglie non solo nello sci ma anche in altre discipline, credo sia l’espressione paradossale del messaggio stesso della vita: si pensa che per fare grandi cose si debba essere alti, forti, robusti, belli, tutti aggettivi che caratterizzano un campione, quando il paradosso è proprio nel discorso contrario che richiama il percorso della fede cristiana: è laddove ti sembra che tutto cada, che si sia impotenti davanti a tutto, è lì che nascono le energie e le possibilità che mettono realmente in piedi quel relativismo positivo che è al di là di tutto. Non è importante come si è fisicamente, ma quanto ci si voglia mettere in discussione per poter dare il meglio per il bene comune. La testimonianza dei nostri ragazzi è veramente un insegnamento determinante per chi li vede gareggiare: reputo che ogni volta che i nostri ragazzi si mettono in gioco, la loro testimonianza è un toccasana per tutti”.

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