Fra gli italiani di Crimea regna la paura

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CrimeaDi Maria Chiara Biagioni
C’è un piccolo cuore italiano che vive e batte in Crimea. Lontano migliaia di chilometri dallo Stivale immerso nel caldo mare del Mediterraneo, ma le sue radici sono radicate nel ricordo che annulla le distanze e nell’impegno a non perdere e a mantenere viva l’identità dei propri padri. Una comunità per lo più di origine pugliese che ha vissuto lo strazio e l’orrore delle deportazioni staliniane in Siberia. E che ora ha paura: soprattutto gli anziani perché sanno fino a che punto può spingersi il male nel cuore dell’uomo.
L’importanza di non essere dimenticati. “È un momento tanto delicato – racconta Giulia Giacchetti, raggiunta telefonicamente nella sua casa di Kerch -. Per noi è davvero molto importante sapere di non essere dimenticati. È difficile salvare e conservare questa radice culturale che abbiamo con l’Italia, la lingua, la cultura, la religione. Sono le nostre tradizioni. Abbiamo bisogno di appoggio. Non chiediamo aiuti materiali, anche se siamo poveri. Abbiamo bisogno di sapere che per l’Italia esistiamo ancora”. Giulia Giacchetti, 47 anni, guida l’associazione “Cerkio” con lo scopo di mantenere vivo lo spirito e la cultura italiana con lezioni di lingua e grazie all’aiuto di alcuni enti e associazioni (come la Società Dante Alighieri), che erogano borse di studio a favore di alcuni giovani per consentire loro di frequentare corsi di lingua in Italia.
Una storia di dolore e di morte. La piccola comunità italiana di Kerch è composta da oltre 300 persone per lo più di origine pugliese. Agli inizi del ‘900, però, erano 5mila ed erano giunti alcuni per la pesca allo storione, altri perché allettati dalla disponibilità di buona terra da coltivare. Dunque una popolazione di pescatori e contadini: si erano organizzati con una propria scuola, avevano edificato una chiesa e si erano inseriti agevolmente nella società e nell’economia locale. Subirono poi come tanti, negli anni 1937 e 1938, le purghe staliniane, pagando con le prigioni e le esecuzioni sommarie. Fino alla tragedia finale, subita fra il 29 e il 30 gennaio del 1942 con la deportazione in Kazakhstan e in Siberia. “Tutta la nostra minoranza – racconta oggi Giulia – è stata accusata di collaborazionismo con il fascismo solo per il fatto che eravamo italiani”. Esposti al freddo e alla fame, molti morirono durante il viaggio di deportazione, altri li seguirono nei luoghi di detenzione, nei campi di lavoro e nei gulag. I pochissimi sopravvissuti poterono ritornare a Kerch solo dopo la morte di Stalin, nel 1956, e ricostituirono la comunità.
Padre Casimiro, parroco di 88 anni. La scuola oggi non c’è più. C’è però a Kerch una parrocchia cattolica, il cui parroco, di origini polacche, ha compiuto domenica scorsa 88 anni. “È un parroco coraggioso – dice Giulia – testimone di un cristianesimo autenticamente vissuto, una persona eccezionale. Non ci siamo mai pentiti che il Papa non ci abbia mandato un prete italiano. Padre Casimiro è un dono del cielo”. La chiesa di Kerch è povera. È specchio della multiculturalità che caratterizza oggi la Crimea, una terra dove da anni convivono ben 100 etnie diverse. “Padre Casimiro fa recitare quasi sempre il Padre Nostro nelle lingue di tutte le minoranze – conferma Giulia – e quindi oltre che in russo anche in italiano, in polacco. E per noi è sempre un momento molto forte di unità spirituale”. Anche domenica scorsa a Kerch, si è recitato il Padre Nostro in lingua italiana.
La paura degli anziani e la preoccupazione dei giovani. Ora anche qui incombe lo spettro della guerra. “In città le tre caserme militari – racconta Giulia – sono circondate da persone in tuta mimetica ma senza mostrine di nazionalità russa. Si capisce però che sono forze armate russe ma non si sa ufficialmente. Soprattutto gli anziani hanno paura. Soprattutto quelli che hanno subito la deportazione. Loro sono molto allarmati. Tutti noi stiamo chiedendo a Dio che dia la saggezza ai nostri leader politici perché decidano e trovino soluzioni senza far spargere il sangue. Poi ci sono i nostri giovani che si preoccupano perché non vogliono andare in guerra, non vogliono sparare. Essere uccisi e uccidere altri giovani come loro. Tanti qui in Ucraina hanno amici e parenti in Russia. Abbiamo alle spalle una lunghissima storia di convivenza comune. Solo Dio può dare e prendere la vita. Gli uomini non possono togliere la vita e non possono restituirla”.

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