Una suora coraggiosa resiste a Bouca ormai città fantasma

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Di Davide Maggiori
“Bouca è lo spettro di una città!”. Suor Angelina Santagiuliana, della congregazione delle Figlie di Maria missionarie, parla da questa località nel nordovest della Repubblica Centrafricana, in cui, prima della guerra, vivevano circa 15mila persone. A settembre, però, racconta la religiosa “nel centro città sono state incendiate circa un migliaio di case e intorno alla missione si vedono solo abitazioni bruciate: sembra la scena di un film, ma è una situazione reale”. “La gente non riesce a vivere”, anche se dai primi di febbraio non ci sono più scontri, testimonia suor Angelina. “I miliziani della coalizione Seleka sono partiti, e con loro è andata la comunità musulmana”, spiega, mentre a Bouca è arrivato un contingente di soldati ciadiani della missione internazionale Misca.
Situazione ancora precaria. Se ci si allontana dal centro, però, le cose cambiano: “L’altra città della zona, Batangafo – riferisce ancora la missionaria – a 100 chilometri da qui, non ha ancora un contingente della Misca che faccia i controlli e quindi è diventata il punto di snodo di tutti i guerriglieri Seleka della zona. Domenica 23 febbraio ci sono stati degli scontri a 13 chilometri da Bouca e tre persone sono state uccise”. In più, nei villaggi, “siccome la Misca dice che non ha ordini che permettano di uscire per più 5 chilometri, i gruppi armati fanno quello che vogliono”. L’area, infatti, ha sofferto anche per le azioni della milizia “anti-balaka”, sorta in contrapposizione a Seleka e ai mercenari ciadiani e sudanesi presenti nei suoi ranghi. “Ogni volta che i Seleka colpivano, gli anti-balaka li attaccavano poi sulle strade periferiche o nei villaggi, non appena lasciavano la città”, ricorda suor Angelina. Gli scontri hanno provocato decine di morti: “Ancora non conosciamo il numero preciso”, dice la missionaria, calcolando che solo “nelle fosse comuni ne sono stati sepolti circa 120, senza contare quelli che sono stati seppelliti dalle famiglie”. “Anche i campi sono stati incendiati, e il raccolto bruciato o rubato: la situazione umanitaria è grave”, prosegue la suora, che dal 9 settembre fino a metà febbraio è rimasta sola nella missione. “Il parroco è stato minacciato di morte, ha dovuto fare 300 chilometri a piedi per mettersi in salvo nella capitale – spiega – e solo 15 giorni fa è potuto tornare a casa”.
Emergenza umanitaria. Anche suor Angelina ha ricevuto minacce, ma non di morte, e dunque ha deciso di rimanere con le migliaia di persone che, per sfuggire ai combattimenti, si erano rifugiate nella missione: “Ancora a Natale – ricorda – erano 4.500, ora ne sono rimasti 500”. Adesso il compito più urgente è quello del loro reinserimento, senza contare che Bouca è solo uno dei tanti centri dove la guerra ha lasciato strascichi. Altri allarmi arrivano dall’Onu: da dicembre 2012, oltre 700mila persone hanno dovuto abbandonare le loro case e quasi 290mila si sono rifugiate nei Paesi vicini. “Stiamo affrontando una crisi regionale che va ben oltre le frontiere della Repubblica Centrafricana”, ha dichiarato Denise Brown, direttrice per l’Africa occidentale del programma alimentare mondiale, ricordando che i 15mila nuovi arrivi nelle ultime settimane – “soprattutto donne e bambini” – stanno mettendo in crisi la capacità di accoglienza degli Stati confinanti. Le Nazioni Unite hanno lanciato anche un piano da 26 milioni di dollari, per promuovere la coesione sociale attraverso opportunità lavorative per 350mila persone nel centro e nell’ovest del Centrafrica.
Prolungato l’intervento francese. Altrove, però, ha ricordato il portavoce dell’Unhcr Adrian Edwards, più di 15mila persone “corrono un grave rischio di essere attaccati” dai gruppi armati. L’insicurezza ancora diffusa nel Paese ha anche spinto i deputati francesi a votare, il 25 febbraio, il prolungamento del mandato per i 2.000 uomini della missione militare Sangaris, che affiancano i 6.000 soldati della Misca. Tra le loro priorità, anche quella di evitare “ogni tentazione di partizione” del Paese: lo chiede il presidente transalpino François Hollande, arrivato a Bangui il 28 febbraio. Ad accoglierlo sono state però le notizie degli scontri che, nei giorni precedenti, avevano provocato in città almeno 11 morti, portando il totale da inizio dicembre ad oltre 1.250, tra cui 19 soldati della Misca.

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