Torna l’Oscar in Italia ma premia… la nostra decadenza

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SorrentinoDi Paolo della Torre

Dopo quindici anni l’Italia torna a vincere un Oscar. Il merito va a Paolo Sorrentino e al suo “La grande bellezza”, che conquista la statuetta come miglior film straniero. Raggiante, il regista, accompagnato sul palco dal suo interprete Toni Servillo e dal produttore Nicola Giuliano, ha ringraziato le sue fonti di ispirazione: “Talking Heads, Federico Fellini, Martin Scorsese e Maradona. Grazie anche alla città di Roma e a Napoli, la mia città, naturalmente”. Il film segue le peregrinazioni esistenziali del giornalista Jep Gambardella sullo sfondo di una Roma opulenta, annoiata, spesso volgare e priva di ogni moralità. Il protagonista è un romanziere che si è mosso dal Sud verso la Capitale per trovare “la grande bellezza”, ma è rimasto invischiato nella mondanità e nell’effimero, perdendo di vista ogni vero valore.
Agli americani è piaciuto il ritratto di quest’uomo indolente, non cattivo ma che si arrende alla mediocrità, e sicuramente hanno apprezzato la fotografia di una Roma bellissima ma decadente, popolata di personaggi spesso sgradevoli e a volte surreali, con chiari riferimenti felliniani. L’immagine di un’Italia alla deriva, persa dietro feste e apparenza, che stenta a trovare un’anima. D’altronde, se si guarda ai Premi Oscar assegnati in precedenza alle pellicole italiane, si vedrà che all’Academy piace premiare opere che tratteggiano l’immagine di un’Italia e di un italiano sempre disastrati, per motivi reali e materiali o per motivi psicologici e morali. Il primo film premiato, per esempio, fu “Sciuscià” di Vittorio De Sica nel 1947, che ottenne il bis con “Ladri di biciclette” nel 1950. Entrambe opere che raccontavano la situazione tragica del nostro Paese nel dopoguerra. Nel 1957 fu la volta di Federico Fellini con “La strada” e l’anno dopo lo vinse nuovamente con “Le notti” di Cabiria. Pellicole che, invece, tratteggiano la crisi esistenziale dell’uomo moderno. E così si va avanti per tutti i film a seguire, arrivando, in tempi più recenti, a “Nuovo cinema Paradiso” di Giuseppe Tornatore, a Gabriele Salvatores con “Mediterraneo” e, infine, a Roberto Benigni con “La vita è bella”.
L’ottantaseiesima edizione degli Oscar ha seguito un copione già scritto. Il premio come miglior film è andato a “12 anni schiavo” di Steve McQueen (che ha vinto anche il premio per l’attrice non protagonista), la storia vera di Solomon Northup, violinista di colore che, ingannato da due falsi agenti di spettacolo, viene rapito, privato dei documenti e portato in Louisiana, dove rimarrà in schiavitù fino al 1853. Un tema forte, dunque, che fa e farà sempre discutere e riflettere. Il film ha battuto concorrenti agguerriti come “American Hustle” e soprattutto “The Wolf of Wall Street” di Martin Scorsese. Il premio per la miglior regia è andato, invece, ad Alfonso Cuaron e al suo film di fantascienza “Gravity”, che ha ottenuto anche molte statuette tecniche (per gli effetti speciali).
Viene da pensare che Hollywood quest’anno si sia messa l’anima in pace “dividendo” il suo premio più importante (Regia e Film) tra l’innovazione e il risarcimento storico. Il primo ha ricompensato con sette statuette “Gravity”, appunto, il secondo, che non va mai disgiunto da un po’ di senso di colpa, ha premiato il film di un artista inglese di colore che ha mostrato come mai si era visto fino ad oggi la crudeltà e la violenza dello schiavismo americano.
Nessuna sorpresa per i riconoscimenti agli attori: “Dallas Buyers Club”, discusso film sulla piaga dell’Aids negli anni Ottanta in America, porta al successo i due candidati maschili, Matthew McConaughey (dimagrito più di venti chili per calarsi nei panni del protagonista) e Jared Ledo come non protagonista. Come miglior attrice la spunta la bravissima Cate Blanchett per il suo ritratto di una donna “oltre l’orlo di una crisi di nervi” nel film di Woody Allen “Blue Jasmine”. Infine il premio per miglior film d’animazione è andato alla Disney e alla sua pellicola “Frozen”, ispirata ad una fiaba di Hans Christian Andersen.

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