La Chiesa thailandese condanna la corruzione e respinge le violenze

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Di Maria Chiara Biagioni

“Fare una riforma radicale della politica con un consenso generale di tutto il popolo, in modo da garantire per il futuro che non ci sia più corruzione. Ma per arrivare a questo obiettivo, mai si deve fare uso di violenza. Mai si deve andare contro la legge. La speranza è che si arrivi presto al dialogo, ma si arrivi senza violenza”. A parlare della situazione di stallo politico e sociale della Thailandia lanciando una proposta è monsignor Francis Xavier Kriengsak Kovithavanij, arcivescovo di Bangkok. È in questi giorni a Castel Gandolfo per partecipare al 37° convegno dei vescovi amici del Movimento dei Focolari. Il suo Paese è vittima di un drammatico braccio di ferro tra governo e manifestanti. Una crisi che sta paralizzando la vita e l’economia di un intero Paese. A fronteggiarsi da mesi sono le forze dell’ordine e i manifestanti anti-governativi, un mix di esponenti della classe media. Dal novembre scorso sono scesi in piazza per chiedere le dimissioni della premier (ad interim) Yingluck Shinawatra, accusata di essere un “pupazzo” nelle mani del fratello Thaksin, multimiliardario ed ex primo ministro, in esilio per sfuggire a una condanna a due anni di carcere. Secondo fonti del Dipartimento medico di Bangkok, il bilancio totale delle vittime dall’inizio della crisi è di almeno 22 morti e oltre 700 feriti.

Monsignor Kovithavanij, perché la gente scende in piazza? 

“La gente non è contenta della situazione del Paese a causa della corruzione soprattutto in seno al governo e un po’ dappertutto. È per questo che la gente scende per strada a protestare. Il governo dice che bisogna agire attraverso la democrazia ma la democrazia vuol dire solo elezioni? Oppure un sistema democratico è costituito anche da altri elementi? La gente è spinta dal desiderio di una riforma radicale del governo, in modo che sia libero da ogni forma di corruzione. Il problema è che i dimostranti non vogliono negoziare con il governo e il governo vuole sì negoziare con i dimostranti ma non è disposto a cedere nulla. E allora non c’è dialogo”.

Le manifestazioni hanno causato purtroppo anche molti morti. 

“In genere le dimostrazioni si svolgono in modo pacifico. Però dicono che s’introducono nella folla degli ‘uomini vestiti di nero’ – i black men – che usano la violenza. Non si è ancora capito chi siano e da dove vengano. Una settimana fa sono morti due bambini di 5 e 6 anni ma non si sa ancora chi ha messo la bomba. In Thailandia del Sud ci sono gruppi di terroristi che mettono bombe ogni giorno”.

La Chiesa cattolica che posizione ha preso? 

“La Chiesa cattolica thailandese si è dichiarata e ha pubblicato, a nome della Conferenza episcopale, un documento in cui si chiedeva ai cattolici di comportarsi in linea con l’insegnamento della Chiesa e, cioè, senza mai cadere nella violenza. I cristiani della Thailandia come tutto il popolo thai hanno il diritto di manifestare e partecipare alla vita del Paese ma lo devono fare senza violenza e senza mai compromettersi con la corruzione. La Chiesa cattolica e le altre 4 religioni presenti nel Paese hanno fatto una dichiarazione comune chiedendo la concordia. Forse rimane difficile da capire in Occidente, ma in Thailandia c’è un radicato senso comune secondo il quale non si può usare violenza contro una persona thai per alcuna ragione. Chi usa violenza, è comunque colpevole”.

Spesso dietro alle manifestazioni si nascondono economie povere e non stabili. Come è la situazione sociale del Paese? 

“Ci sono i poveri. Però, se non ci fosse la corruzione, che nel Paese è molto evidente, la povertà non sarebbe così forte. Il governo ha portato avanti una politica del riso azzardata: ha comprato tutto il riso ma non ha pagato i coltivatori. E nessuno ora sa dove sia conservato. In questo modo il prezzo è salito tantissimo. Tra i dimostranti ci sono anche i coltivatori che chiedono i soldi per il riso che è rimasto nelle mani del governo. Chi manifesta fa parte della classe media perché ha capito che la situazione non può andare avanti così”.

Di che cosa ha bisogno oggi la Thailandia? 

“Credo che abbia bisogno della Buona Novella del Vangelo, con la testimonianza di vita dei cristiani. Siamo una piccola minoranza (meno della metà di un punto percentuale della popolazione), ma possiamo fare molto soprattutto con la forza delle scuole cattoliche. È una responsabilità della Chiesa educare le nuove generazioni all’etica attraverso le scuole cattoliche sparse nel Paese. Formare una nuova umanità arrivando a tutti, non solo ai cattolici”.

E Papa Francesco come viene visto in Thailandia? 

“Anche i non cattolici lo ammirano perché lo sentono come una persona vicina alla gente. Sono andato da lui mercoledì scorso all’udienza generale. Veramente non pensavo d’incontrarlo. Ero l’ultimo tra i vescovi partecipanti a un simposio sulla liturgia. E quando l’ho salutato, l’ho invitato a passare in Thailandia. Gli ho detto che tutti i voli passano per Bangkok. Che siamo pochi ma che una sua visita farebbe tanto bene alla gente”.

E lui cosa ha risposto? 
“Lui ha risposto con un sorriso”.

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