FOTOGALLERY La diocesi ha ricordato Don Giussani insieme al Vescovo Carlo

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GROTTAMMARE – Si è tenuta a Grottammare, presso la Chiesa di Sant’Agostino della Parrocchia di San Giovanni Battista, la celebrazione presieduta dal Vescovo Carlo Bresciani in memoria dell’anniversario della morte del Servo di Dio don Luigi Giussani (22 febbraio 2005) e il XXXII del riconoscimento pontificio della Fraternità di Comunione e Liberazione.

Don Giorgio Carini assistente spirituale di Comunione e Liberazione: “Grazie Eccellenza per essere qui con noi, nel giorno in cui ricordiamo la nascita del movimento e la morte del suo fondatore il Servo di Dio Don Giussani.
Siamo colmi di gratitudine per il dono della fede che si rinnova. Attraverso il movimento, Cristo ci ha toccato spesso là dove le parrocchie non riuscivano più ad arrivare.
Le nostre quotidiane fatiche, ci poniamo come servitori della Chiesa locale che, come lei, anche noi amiamo come figli devoti della sua paternità.
Preghiamo per il suo ministero perché, sostenuto dalla grazia, sia abbondante di frutti buoni.
A 60 anni dell’inizio del movimento chiediamo in questa Messa a Dio la grazia di una sana e bella inquietudine”.

Carlo Bresciani “Nella prima lettura ci si presenta un breve spaccato della prima comunità che ha appena vissuto un’esperienza molto forte del Signore, una comunità intatta dal punto di vista dell’estensione numerica, ma che affronta le difficoltà delle persone che si mettono insieme.
Di persone che, da una parte sono arricchite dalla fede, ma dall’altra sperimentano delle tensioni.
Infatti dice San Giacomo
: “Fratelli miei, da dove vengono le guerre che sono in mezzo a voi?”.

Gli Atti degli apostoli ci danno questa testimonianza che le tensioni erano venute da un’interpretazione non pienamente corretta del messaggio di Cristo, dal confrontarsi con i pagani, che insieme ad altre cose, hanno portato a queste tensioni.
San Giacomo ci dice “Tutto questo non viene forse dalle vostre passioni che fanno guerra nelle vostre membra?” Questo mi pare che sia un aspetto molto importante.
Dobbiamo tenere presente che la nostra ricerca di Dio ha a che fare con la nostra umanità.
La nostra umanità è segnata da quella divisione che prima ancora di essere con gli altri è dentro di noi. Una parte di noi infatti non è ancora completamente convertita.
Questo ci mette in guardia, perchè dice che il nostro cammino non finisce con il fatto che siamo cristiani, non finisce con il fatto che abbiamo fatto un’esperienza della fede e di Gesù Cristo, al quale non possiamo rinunciare e aderiamo con tutto noi stessi.
Altrettanto è vero che dentro alle cose migliori, anche dentro alla realtà della Chiesa si inseriscono queste passioni.
San Giacomo stigmatizza ciò dicendo: “Siete pieni di desideri, non riuscite a possedere, uccidete, siete invidiosi”.  E’ talmente vero che gli apostoli si scontrano con questa realtà che per certi aspetti diventa ancora più drammatica.
Da una parte c’è Gesù “il Figlio dell’uomo verrà consegnato nelle mani e lo uccideranno” che parla della realtà che tocca la sua morte, siamo di fronte al dramma umano, il mistero della morte che rende oscura per certi aspetti la stessa vita.

Gli apostoli cosa fanno?
Gli apostoli discutono su chi sia il più grande e il più piccolo, chi è di più chi è di meno chi è primo e chi è dopo. Quando ci si mette in questa logica competitiva, ci si dimentica anche di quello che Gesù sta dicendo.
E’ un rischio che dobbiamo prendere in considerazione ed una realtà con la quale dobbiamo fare i conti.

Se è stato così per gli apostoli, se è stato così per la prima comunità, queste passioni disordinate più o meno fortemente si muovono in ciascuno di noi.
Questo è il cammino della fede, questo è il cammino della conversione alla quale siamo chiamati. Qui nessuno può sentirsi esente.

Cosa fare allora?
Se da una parte constatiamo questa realtà, non possiamo fermarci semplicemente alla constatazione di questa realtà; è una situazione che ci toglie energie che toglie la volontà di camminare dentro la realtà della Chiesa che è una realtà di salvezza.
Una realtà di salvezza che non è completamente realizzata.
Non è pienamente realizzata in noi, nel nostro cammino che facciamo all’interno alla Chiesa.

Cosa ci è richiesto?
Innanzitutto ci è richiesto di avere davanti a Dio quella umiltà come dice San Giacomo: “umiliatevi davanti al Signore ed egli vi esalterà” quel turbinio di passioni che abbiamo dentro di noi, che non sono proprio quello che Dio vorrebbe. Certo riconoscerle è il primo passo.
La Chiesa stessa è andata incontro a divisione gravissime perchè non l’ha saputo riconoscere.

Secondo, ci è richiesto di confessarlo davanti al Signore, perchè è un atto di fede.
Un atto di fede è confessare la grandezza di Dio, confessare la nostra piccolezza che si apre alla grandezza del Singore.

C’è una parte di umanità che porta il suo peso, ci resta da fare il cammino più umile di farci carico della nostra povertà, delle nostre tensioni.
Anche gli apostoli hanno dovuto accettare la loro povertà.

Ci viene chiesto di diventare un po’ bambini.
Non vuol dire diventare psicologicamente e intellettualmente bambini, ma vuol dire recuperare una inutilitàù del bambino che sa che ha una strada da fare, che sà che una fede per quanto forte non è una fede adulta.
è il cammino continuo della Chiesa.
Restiamo in ascolto di Dio e della Chiesa, che è madre e che ci guida, ci mettiamo di ascolto gli uni gli altri, senza questa “radice” di prevalere, di vedere chi di noi è il più grande. Siamo tutti piccoli.

Il brano evangelico in cui Gesù racconta la parabola del Fariseo e del pubblicano, dove colui si sentiva più grande più grande è tornato con un peccato in più, chi si sentiva peccatore è tornato a casa giustificato.

Essere bambini ci rafforza la nostra fede in quanto ci fa percepire fino in fondo che Lui della nostra salvezza è sicuro, la nostra sola salvezza è il Signore e affidandoci a lui possiamo superare tutto questo.
La fede alla fine è questa, non è l’uomo che salva se stesso, ma è Dio che salva l’uomo, con la sua povertà è per questo che non perdiamo mai la speranza e per questo che ci mettiamo in cammino.

Mi pare che anche il cammino che Don Giussani ha cercato di presentare all’interno di quelle contraddizioni di quelle complicazioni (degli apostoli n.d.r.) di tornare ad una fede autentica ad un esperienza autentica dove è solo Lui che salva, tanto più noi aderiamo a Lui, tanto più facciamo della Sua esperienza che diventi l’esperienza della nostra esistenza, allora si che ci saremo aperti al Signore.

Facciamo in modo che anche noi ci apriamo così a Lui per essere davvero la Sua comunità per essere davvero Suo corpo nel nostro mondo contemporaneo.

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