L’economia europea tenta la risalita dopo sei anni di crisi

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Di Gianni Borsa

Il Prodotto interno lordo torna a crescere, seppur con numeri ridottissimi, mentre per l’occupazione tutto sembra rimandato a fine 2014. Non lasciano troppi margini alla fantasia le “Previsioni economiche d’inverno”, corposo documento prodotto dalla Commissione per monitorare la situazione nell’Ue e presentato ieri (25 febbraio). I “modesti segnali di ripresa” non mancano, dopo sei anni di crisi, ma non riguardano tutti i Paesi aderenti alla “casa comune”; del resto il quadro è così incerto che Olli Rehn, commissario agli affari economici e monetari, sembra camminare sulle uova: parla, prudentemente, di “passi avanti”, ma invita a non farsi illusioni e soprattutto a non abbassare la guardia: servono nuove massicce dosi di rigore nei conti pubblici, accompagnate da coraggiose iniziative per la crescita, investimenti e… un po’ di fortuna.

Timidi segnali di speranza. 
“Dopo essere tornata a crescere a metà dello scorso anno, l’economia europea mostra ora un consolidamento della ripresa”, ha spiegato Rehn. Quest’anno “il rafforzamento della domanda interna dovrebbe aiutarci a realizzare una crescita più equilibrata e sostenibile”, ha aggiunto il commissario finlandese. L’economia dei 28 prosegue dunque il “percorso di riequilibrio” e “la competitività esterna migliora, soprattutto nei Paesi più vulnerabili”. Anche se “i momenti più bui della crisi paiono ormai alle spalle, non possiamo adagiarci”, insiste: la ripresa “è ancora modesta e per irrobustirla e creare occupazione dobbiamo mantenere la rotta delle riforme economiche”. Per l’Esecutivo, “dopo l’uscita dalla recessione nella primavera 2013 e tre trimestri consecutivi di debole ripresa, la crescita è prevista ora in lieve accelerazione”. Nel 2014 – dicono le cifre elaborate dagli esperti di Bruxelles – il Prodotto interno lordo dovrebbe segnare un +1,5% nell’Ue e 1,2% per Eurolandia, “per poi accelerare nel 2015 fino a raggiungere”, mediamente, “il 2,0% nell’Unione e l’1,8% nella zona euro”. Ma per arrivare a questi esiti bisogna tener ferma la barra del rigore nei conti nazionali, proseguire le riforme avviate, e sperare che il quadro mondiale rimanga favorevole. La Commissione intende tenere sotto controllo il livello dei prezzi per evitare il pericolo-deflazione.

Il lavoro continua a mancare. Come sempre accade quando si parla di economia, non tutto passa dai numeri o dai grafici. E non tutto è coerente con la matematica. Il “sentimento” ha una parte essenziale: infatti un pur lieve miglioramento dei dati macroeconomici potrebbe portare con sé un aumento della “fiducia” (elemento impalpabile eppure irrinunciabile per uscire dal tunnel della crisi), riportando i consumi interni al segno più; la risalita del Pil avrebbe effetti “a distanza” per diminuire la pressione dell’indebitamento pubblico, con conseguente risparmio sugli interessi, e i disavanzi correnti; potrebbe adagio adagio allentarsi la stretta creditizia, favorendo di conseguenza gli investimenti e, con essi, potrebbero (il condizionale è sempre d’obbligo) risalire l’attività produttiva e l’occupazione. Su questo punto le “Previsioni” sono purtroppo chiarissime: “Una stabilizzazione lenta dell’occupazione caratterizza il mercato del lavoro; il tasso di disoccupazione resta comunque elevato, perché solitamente ci vogliono oltre sei mesi, se non più, prima che l’evoluzione del Pil si ripercuota sul mercato del lavoro”. Così si prevede “una diminuzione del tasso di disoccupazione entro il 2015 fino al 10,4% circa nell’Ue” (contro il 10,7 attuale) e “all’11,7% circa nella zona euro” (oggi al 12,0%), “seppur sempre con differenze notevoli da un Paese all’altro”.

C‘è chi sta meglio e chi sta peggio.
 Le fitte tabelle esposte da Rehn mettono però in evidenza le enormi differenze che si sono create da un sistema economico all’altro. Tra i grandi Paesi, la Germania è quello che mostra un quadro complessivamente solido e rassicurante; il Regno Unito ha buone performance; Francia e Polonia hanno realtà in chiaroscuro; Spagna e Italia palesano situazioni tutt’altro che rassicuranti. Per quanto riguarda il Pil, Berlino viaggia già abbastanza bene, con un +1,8% quest’anno e +2% nel 2015. Il Regno Unito fa addirittura meglio, con 2,5% previsto per il 2014 e 2,4 nei dodici mesi successivi. Francia e Spagna quest’anno non andranno oltre l’1,0%, mentre l’Italia dovrà accontentarsi dello 0,6%. Bene il dato della Polonia (+2,9%), ma chi fa meglio di tutti sono i lettoni (+4,2%). Dato fortemente negativo per Cipro, che con -4,8% resta in piena recessione. Se dal Pil passiamo all’occupazione, la Germania ha ancora molto da insegnare, con una percentuale di senza lavoro al 5,2%; Grecia e Spagna sono attorno al 26,0%, l’Italia al 12,6%, la Francia all’11.0%. Procede male per quanto riguarda il lavoro anche la Croazia, accompagnata da Portogallo, Cipro, Bulgaria, Slovacchia, Irlanda. E mentre i deficit nazionali tendono a tornare sotto controllo, restano invece elevati – come eredità della crisi – diversi debiti pubblici, con in testa Grecia (177,0% del Prodotto interno lordo) e Italia (133,7), seguite da Cipro, Irlanda e Portogallo, tutti Paesi al di sopra del 100% del Pil. Segnale evidente che per andare oltre la crisi e per mettere al sicuro la ripresa il cammino sarà ancora lungo.

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