Nella libertà di educare anche il “no” al gender

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Di Francesco Bonini

C’era una volta l’educazione sessuale, una informazione di base, in stretta relazione con le famiglie, che dell’educazione dei figli sono titolari ai sensi nientemeno che della Costituzione. Cose vecchie, cose del secolo scorso. Oggi, siccome siamo progrediti, agli alunni delle scuole di ogni ordine e grado, dalle elementari alle superiori, stavano per essere distribuiti tre volumetti che, a spese dei contribuenti, volevano mostrare, anzi, più esattamente, “instillare”, i magnifici orizzonti e progressivi dell’ideologia del gender.
Il colpo di mano non è riuscito, anche se non è ben chiaro chi paghi le decine di migliaia di euro sottratte in questo modo alle esauste casse della pubblica istruzione. Il colpo di mano non è riuscito, ma è solo un episodio. Senza le ambizioni nazionali che avevano le cosiddette Linee guida per un insegnamento più accogliente e rispettoso delle differenze in molte città del Belpaese si moltiplicano iniziative le più diverse per cercare di sintonizzare studenti e insegnanti su queste nuove frontiere.
In buona sostanza si pretende di spiegare a ragazzi e ragazze che il “sesso” è cosa d’altri tempi, mentre quello che esiste è il “genere”. Se in base al sesso ci si doveva ripartire in maschi e femmine – e questa dicotomia era evidente e obbligata – oggi le cose sarebbero cambiate. Non più la natura, ma la cultura è il dato essenziale, per cui si può scegliere, non il sesso, vecchio dato naturale, ma il genere, moderna realtà culturale. Ciascuno insomma si può collocare come vuole. E la scelta è molto più ampia. Tra maschio e femmina sono state calcolate una sessantina di altre possibilità e gradazioni.
È un’ideologia, che si cerca di fare passare come fosse un dato scientifico o oggettivo, così da dare corso ad una vera e propria mutazione antropologica. Così si spiegano gli attacchi alla visione cattolica, in forme esplicite, aperte oppure subdole.
La Costituzione garantisce il diritto ai genitori di educare i propri figli secondo i valori di riferimento. Non è lecito imporre un’educazione di Stato, così come non è lecito fare della scuola il terminale di una propaganda, di una ideologia. È semplicemente una questione di libertà.
Perché una cosa deve essere chiara. La denuncia delle forme di propaganda dell’ideologia del “gender” non significa in alcun modo discriminare omosessuali o transgender. Il rispetto delle persone infatti e la tutela dei loro diritti non comporta per nulla aderire all’ideologia della scelta, che, propinata in termini appunto propagandistici a bambini e adolescenti, assume chiaramente le forme di una insinuante prevaricazione.
Il principio di non discriminazione infatti, coerentemente con il principio di uguaglianza, comporta trattare diversamente situazioni diverse, garantendo così i diritti di tutti. È semplicemente una questione di libertà. E anche un modo per reagire alle ultime frontiere del consumismo, che ormai – come dimostra anche questo caso – sono correntemente applicate ai grandi temi della vita. Garbatamente, ma fermamente rispondendo: no, grazie. E rimandando tutto al mittente.

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